Negozi e ricordi

alimentari-mediorientale-milano-piazza-gambaraI mesi di questo 2017 sono scivolati via come le perline di una collana rotta che rotolano veloci l’una dietro l’altra. Dicembre è arrivato. Si avvicina il primo anniversario del mio rimpatrio… (ma questa è un’altra storia, non quella di oggi).

Le città si vestono di decorazioni e luci e si preparano alle festività, cercando di cacciar via il grigiore della quotidianità, della crisi economica e di tutto quel che di negativo c’è in giro, per le vie non solo italiche ma mondiali.

L’altra mattina, alla fermata della metro ho incontrato una ragazza imbottita in un piumino adatto al freddo della stagione con il chador che le contornava il viso. Non è certo raro vederne di simili, ma questa mi ha colpito subito. Mi è bastato sentirla dire due parole al telefono per avere la certezza che fosse egiziana. Avrei voluto avvicinarla e parlare con lei. Mi sarebbe piaciuto sapere da che parte dell’Egitto veniva, cosa faceva in Italia… Insomma un misto di curiosità per il diverso e un bisogno di ritrovare qualcosa di conosciuto mi spingevano verso di lei.

Per tutto il tragitto in metro, però, la ragazza è rimasta al telefono. La osservavo qualche sedile più in là del mio e solo ogni tanto coglievo una parola familiare.

La mia voglia di parlare egittico è rimasta così insoddisfatta.

Ieri pomeriggio, in attesa di andare all’inaugurazione di un negozio, ho camminato per una via che ormai ha assunto un’aria abbastanza etnica. Mi sono ricordata che da tempo volevo preparare l’hummus di ceci ma che non ho mai cercato la tehina (la salsa di sesamo che tanto spesso si mangia in Egitto). Così ho approfittato del fatto di essere in quella zona piena di negozi con prodotti internazionali per cercare la salsa.

Sono entrata in un primo negozio che accoglieva con grandi cassette di frutta colorata e invitante e si espandeva poi per un lungo e stretto corridoio pieno zeppo di cose di varie nazionalità. Mi sono guardata in giro bene, ma non ho riconosciuto alcun prodotto arabo eccetto due tipi di acqua di rose, usata per alcuni dolci. Sono tornata verso l’uscita e il mio sguardo è stato catturato da verdi okra (anche chiamata bamia), che è tipica anche della cucina egiziana e generalmente è cotta in umido. Ho fatto mezzo sorriso e ho tacitamente salutato quella verdura che poi non mi è mai piaciuta molto.

Ho camminato ancora un po’ e ho visto dall’altro lato della strada una vetrina con la scritta in arabo. Era una macelleria. Avvicinandomi, però, ho visto che aveva anche prodotti in scatola e altre cose.

Era un negozio abbastanza piccolo, col banco frigo per la carne sul fondo, dietro al quale un signore serviva due clienti.

A sinistra, c’era un altro frigo con tre ripiani. Sul primo erano in bella mostra il rayeb (un misto tra latte e yogurt, molto buono), i formaggini de La vache qui rit e il tanto mangiato Kiri (formaggino morbido poco saporito che si adatta a ricette sia dolci che salate). Sul secondo, stavano grandi vaschette di plastica contenenti harissa (salsa piccante), olive nere, olive verdi e la giardiniera egittica già altre volte citata come makhallel (ovvero sottaceti). Stavo per prendere il telefono per fotografare queste specialità ben conosciute, quando il signore dietro al bancone mi ha chiesto in italiano cosa stessi cercando. Ho risposto che volevo la tehina e lui mi ha indicato la scansia alle mie spalle. Mi son girata, prima di poter scattare la foto e prima di guardare bene cosa ci fosse sul terzo ripiano. Sul lato indicatomi dal signore, c’erano prodotti vari come lenticchie arancioni, cous cous, fave e ceci in scatola: tra loro, in una confezione con tappo verde e di una marca che non avevo mai visto, ho trovato quel che cercavo. Ho preso la confezione e mi sono guardata intorno ancora un attimo.

Il tea Arosa ha fatto capolino dall’alto di un’altra scansia, tutto ben ordinato in file di scatoline gialle e rosse. Poco più sotto, confezioni di halawa mi hanno regalato un sorriso enorme. Quasi tutti quelli che sono stati in Egitto dovrebbero conoscere halawa. Chi ci ha vissuto per un po’ di sicuro la ha tenuta nel frigo e la ha divorata nei momenti più disparati. Questo dolce è venduto in scatole di plastica ed è fatto con pasta di tehina e miele. Ci sono poi le varianti con aggiunta di cioccolato, mandorle, nocciole e – la mia preferita – pistacchi. La sua consistenza è un po’ sabbiosa e può capitare che al primo assaggio halawa non riscuota grande successo. Poi però le concedi una seconda possibilità e scopri che è meglio non averla in casa oppure rischi di finirne una scatola in una sola volta. Insomma, un po’ come l’effetto Nutella che capita a tanti.

Mi sono rivolta al signore dietro al bancone in arabo chiedendogli se fosse egiziano. Lui ha risposto di sì. Abbiamo così scambiato quattro chiacchiere. Anche se, con mio leggero disappunto, lui non si è minimamente stupito che io parlassi la sua lingua.

Gli ho detto che avevo vissuto fino a quasi un anno fa in Egitto e lui mi ha chiesto dove. Gli ho poi domandato da dove venisse lui: ha risposto El Monofeya e ha cominciato a spiegarmi dove fosse questa città meno famosa di altre egiziane, ma io l’ho fermato dicendogli che avevo un amico che veniva da un villaggio vicino.

Pochi minuti di colloquiare egittico contornata da sapori e odori che riportavano ad un’altra latitudine. Ho pagato la mia tehina e sono uscita, pensando che prima o poi tornerò a comprare qualcos’altro.

Sono andata all’inaugurazione del negozio a cui dovevo andare. Anche lì ho trovato qualcosa che mi parlava d’Egitto: loofah, ovvero spugne naturali piccole e grandi che tante volte ho comprato e usato. Ho convinto mia zia a comprarne una piccola visto che ne era tanto incuriosita e non l’aveva mai provata.

24740056_10214597048989756_1978604222_o (1)

Oggi pomeriggio, invece, sono andata in un paese vicino in un negozio di alimentari dichiarato bottega storica: un negozio di una volta, in cui si può comprare il pane, gli affettati, i detersivi, ma anche qualche decorazione per Natale, la colla o un paio di tazzine. Credo si possa chiamare drogheria un negozio simile. Non saprei che altro nome dargli.

Aveva proprio l’aria di altri tempi con una vecchia bilancia in vetrina, un macinino per caffè e due vecchie macchine da cucire Necchi a decorare l’ambiente semplice e un po’ retrò. La padrona mi ha detto che era lì dal 1969 ma si leggeva nei suoi occhi e nei suoi modi la voglia e l’entusiasmo di continuare quella sua attività, nonostante sembri che sia in città che nei paesi la regola siano solo i grandi supermercati.

Tra le tante emozioni e ricordi che questo negozio ha fatto riaffiorare alla mia mente, c’è il supermercatino di “Camillo”. Anche a Hurghada c’erano alcuni supermercati abbastanza grandi dove si andava abitualmente a far la spesa. C’erano poi una miriade di negozietti piccoli, medi o grandi sparsi nelle viuzze della città in cui si trovavano le cose più disparate. Mi piaceva molto andare in quei negozi, anche perché a volte avevano cose che non si trovavano nei supermercati.

Per esempio, le “camille egittiche”. Non ricordo se ho già raccontato di loro in altre occasioni.

Erano piccole tortine monodose senza conservanti fatte e confezionate dalla pasticceria Zahraa, messe in vendita appunto nei piccoli negozi di alimentari e qualche volta al Best Way. Erano in un pirottino di alluminio, avevano l’aspetto e il sapore che era un misto tra plum cake e camilla, anche se non contenevano (che io sappia) carote. Mi piaceva comprarle e mangiarle ogni tanto.

Negli ultimi tempi, le compravo sempre in un negozio in una traversa della Sheraton, il cui proprietario era un signore simpatico coi baffi (già citato in altro post passato) che io avevo soprannominato Camillo, proprio perché andavo da lui in primis per comprare quelle tortine.

Aveva anche mille altre cose in quel buco di negozio e spesso finiva che compravo anche un pacco di pasta, i fiammiferi, l’incenso e il Nescafè. Era buffo quando Camillo provava a ripetere parole in italiano che sentiva dire da me o dalla mia amica.

E così, basta poco per far riemergere momenti della mia vita egittica che fu.

Advertisements

Uno speciale angolo di mondo

60221_1571870707000_6190682_n

Hurghada non è solo mare. Come ho scritto altre volte, è la città tra mare e deserto: il mare le accarezza la costa, il deserto le protegge le spalle.

E là, in un punto non ben precisato del deserto hurghadese, c’è un luogo speciale per me e per chi come me lo ha scoperto in modo tranquillo e privato, ben lontano dal caos delle escursioni organizzate di massa. Un’oasi di pace dall’atmosfera magica che seduce i sensi e coccola l’anima, sospesa nel silenzio di una dimensione spazio temporale alternativa.

Per raggiungerlo si deve partire dalla zona in cui sono raggruppati tutti i vari punti di partenza delle diverse compagnie di safari: quasi una piccola cittadella, con costruzioni tutte simili, che riportano sul muro il nome della compagnia; i quad parcheggiati che aspettano i turisti; in alcune c’è anche una zona in cui poi dopo il tramonto ci si raduna per mangiare e vedere lo spettacolo folkloristico locale.

Si percorrono un po’ di kilomentri nel deserto, tra una duna e l’altra e si arriva ai piedi di una montagna rocciosa. Si vedono casupole rettangolari e semplici, sparse qua e là; una zona centrale come un grande gazebo recintato di legno e coperto di foglie di palma, dotato di panche su cui sedersi.

61837_1589612510046_4552246_n

Si parcheggiano lì a fianco le jeep e/o i quad e, dopo aver bevuto il tea offerto dai beduini, si è liberi di esplorare la zona. I più agili possono salire fino a vedere la sorgente d’acqua che sgorga tra le rocce. Chi è curioso di scoprire la vita di quell’area può avvicinarsi alle case e trovarsi circondato da bambini dai vestiti colorati, dagli occhi scuri intensi e dai grandi sorrisi allegri.

C’è una recinzione con capre, galline e conigli, che a volte si vedono anche scorrazzare liberi in giro. Ci sono le donne beduine che indossano abiti tradizionali e preparano il pane da cuocere poi in un forno all’aperto.

61146_1571871147011_8226451_n

Si può camminare lentamente e riempirsi di quell’energia così particolare che in questo luogo regna sovrana.

Due acacie osservano tacite lo svolgersi delle ore lente delle giornate tranquille e di quelle più affollate di visitatori.

Quando il sole frettoloso va a nascondersi dietro la montagna, il cielo si veste di buio e accende una ad una le infinite stelle. Se si ha la pazienza di restare lì, fino a sera, è garantito uno spettacolo celeste davvero emozionante. E che sia agosto o no, quasi certamente, almeno una stella cadente catturerà l’attenzione e i desideri di chiunque abbia voglia di volgere lo sguardo all’insù.

Ogni volta che sono stata in questo posto è stato bello: che fosse con la jeep o il quad; con pochi o tanti amici; per una gita veloce oppure per una più lunga con inclusa la cena e il relax sotto le stelle.

Di solito, avevamo l’abitudine di comprare prima quel che avremmo voluto mangiare e farlo poi cucinare ai beduini sul fuoco o nel forno. Ogni cosa cucinata lì acquistava un sapore particolare: la kofta, il riso, le patate con cipolle e pomodori… Tutto sempre delizioso.

Le luci e i rumori della città sono davvero distanti da qui. I beduini hanno un generatore per la corrente elettrica, che molto spesso però non usano o usano solo per emergenze.

Il rosso del fuoco acceso per cucinare illumina di luce calda i contorni delle cose.

386889_4322258624491_677357937_n

La prima volta che sono andata in questo posto col quad, ero insicura alla guida. Ho rischiato anche di insabbiarmi più di una volta e l’amico Magdy mi è venuto in soccorso. Al ritorno, però, col buio andai come una scheggia, facendo anche un fuori pista senza problemi. Una volta, invece, al ritorno con la jeep ci siamo insabbiati davvero e abbiamo dovuto scendere a spingere. E un’altra volta ancora, sempre con la jeep, l’autista si è messo a fare la corte ad un’amica anche se lei non parlava né arabo né inglese fino a chiederle (scherzosamente) di sposarlo. Quante risate!

E il ricordo di quelle risate, di quelle con i vari amici che sono stati con me in questo magico luogo, di quelle dei bambini beduini che giocavano al girotondo e si mettevano in posa per le foto, mi scalda sempre il cuore.

La strada per arrivare laggiù non la so bene. La sapeva Magdy, che ci ha accompagnato la prima e tutte le volte successive. Eppure, sono sicura che se dovessi tornarci, sentirei l’energia che mi porta là e sulla via del ritorno troverei una stella che mi indica il percorso.

 

Auguri Blog!

2017-06-09_il_nostro_secondo_compleanno

Proprio due anni fa, davo inizio al blog per raccontare quel che mi passava per la mente, le esperienze e le “avventure” in terra egittica. Non immaginavo allora che, dopo poco più di un anno, molte cose sarebbero cambiate. Forse, avrei potuto (e dovuto) scrivere molto di più. Di certo, ho ancora tanto da scrivere. E questo, nonostante l’Egitto non sia più la mia quotidianità ormai da mesi.

Molto spesso in questo lungo periodo senza post ho pensato di scrivere qualcosa: dopo i vari fatti di cronaca alterati e “storpiati” dai nostri cari media; in occasione di qualche incontro particolare; oppure per via dei ricordi che costantemente riaffiorano qua e là inaspettatamente. Spesso, di notte, ho mentalmente scritto quel che avrei voluto, ma poi ho lasciato arrivare l’alba e i giorni successivi senza trasformare i miei pensieri in parole digitate sulla tastiera.

A volte, mi ha frenato l’idea che non potessero interessare più i miei scritti “a posteriori”, essendo io ora a una latitudine diversa. Altre volte, mi ha bloccato quel lavoro emotivo che inevitabilmente è associato al processo del ricordare e che può essere faticoso da affrontare. Altre volte ancora, solo la pessima involontaria abitudine di procastinare.

Poi, però, capita di leggere commenti nuovi su un vecchio post, di rendersi conto che, anche se non si scrive, il rimuginare emotivo conscio o inconscio è costante; di avere in testa una lista di cose che si vorrebbero raccontare… E soprattutto di non sopportare la procastinazione, anche se in qualche modo se ne è allo stesso tempo autori e vittime.

Probabilmente, le prossime narrazioni non saranno declinate al presente e andranno a ripescare in ordine sparso nella memoria. Non per questo, però,  saranno meno sincere e sentite. Anzi, potrò romanzarle un po’ e donare loro i toni più accentuati che ogni cosa assume “col senno di poi”, ma sarò sempre fedele al mio sentire e alle esperienze fatte.

E così, riparto da qui. Facendo gli auguri al blog per il suo secondo anniversario con la speranza e la voglia di riempirlo di altre storie, pezzi di vita, ricordi e tutto quel che mi balenerà per la mente. Mente che, ormai italica da dieci mesi, sa perfettamente di essere ancora molto egittica inside!

Un’ultima cosa, ma senza presunzione: grazie a chi mi legge e a chi mi dice “Perchè non scrivi?”.

 

Sei mesi

calendario_gare

Ritorno a scrivere, dopo una lunga pausa silenziosa…

Eccoci al giro di boa dei sei mesi italici. Quasi non riesco a crederci. Il tempo vola, per dire una frase comune. E da un lato è proprio così. Come sia possibile che siano passati già sei mesi non è facile spiegarselo. Dall’altro lato, però, mi sembra anche che il grande salto del ritorno italico sia in qualche modo lontano. E’ sempre il solito scherzo che mi fa il tempo: vola, ma fa sembrare le cose lontane, simultaneamente. Come faccia non lo so, ma lo fa e quasi sempre.

Dopo un numero consistente di giorni italici, forse, dovrei essere in grado di fare un bilancio. Anzi, per molti che non hanno fatto lo stesso passo o che mai sono stati all’estero e rimpatriati, dovrei aver già capito tutto. Chi invece in un modo o nell’altro ha fatto un percorso simile al mio sa bene che 180 giorni (o giù di lì) sono assai insufficienti per sentirsi reintegrati. E c’è anche chi, ancor meglio, dopo tanti anni dal rientro, è consapevole del fatto che un angolo di sé resterà sempre legato al bizzarro e stupendo paese tra deserto e mare che si è lasciato.

Spesso una semplice vacanza è in grado di farti cambiare e crearti problemi di riassestamento nella realtà quotidiana. Figuriamoci anni di vita, tra un capitolo e l’altro, fuori patria!

Il “ritorno” ha come primo volto lo spaesamento, pur rientrando in quello che è il paese che ti ha visto nascere e crescere. E trovi alcune cose immobili esattamente come le avevi lasciate.

Il che, per certi versi, può essere bello e darti un senso di pseudo sicurezza. Poi però, velocemente, ti rendi conto che tu non sei più (e mai sarai di nuovo…) quella che eri. E’ un dato di fatto inconfutabile. Non ha un valore positivo o negativo. E’ semplicemente così.

E’ questione di percorsi fatti ed esperienze vissute.

In quella prima fase, incontri persone conosciute in passato o di recente e ti trovi a pensare che sono ben strane: alcune inquadrate, alcune depresse e ingrigite, altre semplicemente adeguate alla loro routine. Molte ti guardano come se fossi una specie di eroe che è riuscito a lasciare il Bel Paese con tutte le sue contraddizioni, s’immaginano che tu abbia vissuto solo una vita dorata come la sabbia e mutli colore come i pesci del Mar Rosso.

Qualcuno ti dice, con aria mista tra l’affranto e il risentito: “Sei matta a essere tornata in Italia…”. Affermazione poi seguita da una serie di lamentele sul paese, sulla vita, sui costi, ecc… E a te, che nonostante tutto non hai vissuto in un paradiso terreste (perché anche il più paradisiaco dei paesi ha i suoi pro e contro nella vita di tutti i giorni!), verrebbe voglia di rispondere a tono, ma poi ti ricordi l’educazione, sorridi e commenti con poche parole banali adatte al contesto.

Arrivi alla conclusione che, forse, quella strana sei tu. E che quella tua stranezza la vuoi proprio conservare, il più a lungo possibile.

Capisci che con certe persone è inutile cercare un punto di comunicazione su quella che è stata la tua vita di anni all’estero. Parli con loro del tempo o di quel che capita, come se niente fosse. Va bene così.

Poi, però senti l’esigenza di comunicare qualcosa di più. L’unica soluzione che hai è andare alla ricerca di chi è tornato prima di te. Magari è stato via meno tempo, magari è tornato da tantissimi anni, oppure è rientrato solo da un paio di mesi… eppure tutte quelle persone, con le differenze date da carattere ed esperienze, hanno qualcosa in comune con te.

Provano lo stesso spaesamento, si sentono strane e vogliono continuare a esserlo.

Così ti ritrovi con amiche di media o vecchia data a ricordare le stagioni sulle navi, a raccontarsi episodi vissuti in tempi diversi, a ripercorrere i passi delle rispettive scelte… a domandarsi in che direzione si stia andando. E lo si fa davanti un bicerin a Torino; bevendo uno Spritz a Verona; in una casa accogliente a Milano… Oppure per telefono o via chat.

Lo spaesamento poi deve, per forza, ridimensionarsi un po’. Anche se, sornione, ogni tanto a braccetto con la nostalgia, sbuca fuori, senza avvisare.

La fase successiva post rientro è quella della ricerca di un po’ di assestamento. Che per quanto mi riguarda non è ancora del tutto finita.

Si rientra in dinamiche quotidiane che prima erano solo riservate alle vacanze italiche (nel bene e nel male). Si tenta di creare abitudini e legami nel nuovo contesto. Non che sia facile, ma si fa quel che si può.

E ovviamente ci s’incontra e si scontra con tutte quelle difficoltà ben elencate da chi ti considera matta a essere tornata. Perché quelle difficoltà oggettivamente ci sono. Non si può negarlo. Burocrazia, ricerca del lavoro, gente che non risponde; e via dicendo…

Si cerca, però, di contro bilanciare le cose negative con quelle positive: le città da visitare, il cibo italico, il cinema e tutte quelle cose di cui si era sentita la mancanza negli anni all’estero.

Ci sono le varie domande che, spesso, ti vengono fatte quando tu vorresti fare ben altro che rispondere: “Ti manca l’Egitto?”, “Cosa ti manca di più?”, “Non ci torni più?” (oppure la variante: “ci tornerai in vacanza?”), “Come fai a vivere qui con questo tempo? (chiesto in giornate di pioggia, ovvio). Non ti mancano il sole e il mare?”, “Pensi di andare in qualche altro paese?”, “Pensi di avere fatto la scelta giusta?”.

E potrei continuare con una lista di altre domande sulla falsa riga di queste. Le risposte? Bè, dipende. Dal momento, da chi chiede, dall’umore del giorno, da tante cose.

Di base, so che, nonostante tutte le difficoltà e il peso della scelta fatta, era il momento giusto di farla. Era ora di chiudere un cerchio. Di andare oltre. Di darmi altre possibilità.

L’Egitto mi manca. Come potrebbe essere diversamente? E’ un paese che si ama o si odia, senza vie di mezzo. E lo si continua ad amare anche da lontano. Magari con un pochino di distacco, necessario per mantenere il nuovo fragile equilibrio. Come quando ci si lascia dopo una grande storia d’amore. L’amore resta, ma non può essere l’oggetto quotidiano della nostra attenzione. Altrimenti s’impazzisce.

Mancano la quotidianità della vita vissuta per tanti anni, le amiche, la vista dal balcone, le strade, gli odori… tutto quello che là c’è e qui no. Manca, impossibile che non manchi.

E poi l’Egitto compare come se lui stesso volesse farsi ricordare da me… In uno spot alla radio di un’associazione che raccoglie fondi per le donne maltrattate in Egitto (sentito proprio poco fa), nella pubblicità che passa in TV più volte al giorno, su un treno dove due signori egiziani ti si siedono accanto, in una piadineria romagnola gestita però da egiziani… e in mille altri momenti, in questi mesi.

Coincidenze? Casualità? Io credo più che altro… legami… Un doppio filo sottile e resistente che c’era, c’è e ci sarà.

Resta tanto altro dentro che non trova la via verso la tastiera per farsi parola… ma scorre liquido a rigare le guance.

Dalida

dalida-5

Lo schermo diventa nero, subito dopo aver inquadrato le due righe di quel messaggio lasciato accanto al letto. Pochi secondi e torna il colore dell’ultimo fotogramma: una scala riempita di fumo bianco, che sa sia di effetto da palcoscenico sia un po’ di nuvole; la figura longilinea di donna che alza il dito verso la scritta luminosa con il suo nome: DALIDA.

Così sì è concluso poco fa, su RAI 1 in prima visione, il film della regista francese Liza Azuelos, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Orlando (nome d’arte di Bruno, fratello della cantante). Nella parte della protagonista c’era l’attrice italiana Sveva Alviti, affiancata tra gli altri attori da Riccardo Scamarcio, nel ruolo di Orlando.

Dalida viene trovata morta nella sua villa a Montmartre in una domenica di maggio del 1987, dopo anni di successi internazionali, intrecciati a mille complicazioni dell’anima e storie d’amore dai tragici epiloghi.

Milioni di dischi venduti, spettacoli in teatri importanti, canzoni in francese, inglese, italiano; collaborazioni con altri artisti, film, partecipazioni a show televisivi fanno di Dalida un’icona del suo tempo e senza dubbio la cantante che ha maggiormente contrassegnato la musica leggera transalpina del XX secolo, insieme a Edith Piaf.

Dalida nasce Iolanda Cristina Gigliotti nel 1933 a Il Cairo, nel quartiere di Shoubra, da genitori di origine calabrese. Il nonno era un sarto che aveva lasciato la patria in cerca di fortuna, insieme ai tanti compaesani che partirono per contribuire alla costruzione del canale di Suez. L’amore per la musica è trasmesso a Iolanda dal padre, maestro di violino.

Lo strabismo che la obbliga a indossare gli occhiali e a subire varie operazioni è spesso oggetto di scherno da parte delle sue coetanee, quand’è bambina. Odia portare gli occhiali e si sente brutta. A diciassette anni s’iscrive a un concorso di bellezza e lo vince, con suo stesso stupore. Poco dopo, vince il titolo di Miss Egitto, che le apre le porte del mondo del cinema.

Iolanda decide di lasciare l’Egitto e trasferirsi a Parigi per affermarsi nel mondo dello spettacolo nel 1954.

Il nome d’arte fu scelto nel 1956 ispirandosi al film Sansone e Dalila: inizialmente fu Dalila, cui fu poi cambiata una lettera, su consiglio di uno scrittore francese.

Confesso di aver scoperto per caso il legame di Dalida con l’Egitto. Per l’esattezza, l’ho scoperto in una sera di giugno poco dopo il mio arrivo a Hurghada, guardando una fiction a lei dedicata, interpretata da Sabrina Ferilli. Se non ricordo male, fu su consiglio dell’unica italiana che conoscevo al momento in città che guardai quella mini-serie, incuriosita dal fatto che lei aspettasse con ansia di vederla.

Sorvolando sulla qualità dell’interpretazione e del prodotto stesso, ricordo che rimasi colpita dall’anima tormentata di quell’artista di cui conoscevo ben poco, dai suoi successi, dal suo legame intrecciato tra Egitto, Francia e Italia. Mi colpì quella canzone con cui partecipò insieme a Luigi Tenco al Festival di Sanremo “Ciao amore, ciao”, che non fu il segno di un successo ma di una tragedia col suicidio di Tenco prima e il tentato suicidio di Dalida poi. Non so bene perché ma quella canzone continuava a tornarmi in testa; e ancora lo fa, a volte, se mi capita di sentirla per caso.

Dopo quella fiction, ho letto un po’ di notizie sulla cantante e ascoltato le sue canzoni. Ho scoperto anche conoscerne alcune, benché prima non sapessi o non ricordassi fossero cantate da lei.

Stasera ho aspettato curiosa di vedere il film: per molti aspetti, lontanissimo da quella mini-serie di tanti anni fa; un po’ più francese come ritmo, con una protagonista più simile al reale, con qualche scena d’Egitto in più, con sfumature diverse di certo date dalla partecipazione alla stesura della sceneggiatura del fratello di Dalida.

Mi chiedo se nelle pieghe dell’anima irrequieta di Dalida ci fosse, oltre ai ricordi dell’infanzia e della famiglia, un legame con l’Egitto, con i profumi e i colori di quel paese che inevitabilmente restano dentro. Forse sì. Chissà… Forse, per tornare dove tutto era cominciato, a più di cinquant’anni, in un momento in cui il suo equilibrio emotivo era sempre più precario nonostante il continuo successo, Dalida decise di tornare in Egitto a girare il film “Il sesto giorno” del regista Youssef Shahin.

La prima internazionale del film fu proiettata in un cinema di Shoubra, dove la cantante era nata. L’accoglienza degli egiziani fu molto calorosa, al passaggio della diva, che si concesse un bagno di folla e di ricordi, pochi mesi prima della sua uscita di scena finale dal palcoscenico della vita.

L’animo gentile e tormentato, i dolori delle ferite esistenziali, la depressione, l’amore perduto e tutte le altre infinite sfumature di Dalida vibrano ancora intense nelle sue canzoni per chi voglia ascoltarle e lasciarsi toccare orecchie e cuore.

La scelta

16326426_10211736808325527_1252062227_o

Le feste sono passate da un po’. Ormai gennaio sta volgendo al termine. E io sono ancora qui, in Italia. Senza un biglietto di ritorno per la terra egittica. Per la prima volta, dopo tanto tempo. Inutile dire che la cosa mi pare strana, alquanto strana.

Ho fatto una scelta, ne sono consapevole. Avere la consapevolezza però della scelta fatta non è sufficiente per rimettere insieme i pezzi di un puzzle interiore ed esteriore.

Da qualche anno, ormai, lottavo con me stessa per capire se avrei dovuto insistere e restare là, tra deserto e mare, oppure darmi una chance di cambiare la mia vita, di cercare di realizzare alcuni miei sogni nel cassetto, di rischiare un po’.

La perdita del lavoro, di cui sono venuta a conoscenza a fine ottobre e che sarebbe stata effettiva da metà dicembre, ha giocato un ruolo importante in questa situazione.

La cosa più semplice sarebbe stato cercare un altro lavoro, là a Hurghada. E non è che non l’abbia fatto. In realtà, però, troppe cose sono cambiate nell’ultimo periodo. Troppe cose mi stavano strette e mi rendevano insoddisfatta.

Accettare un lavoro con uno stipendio inferiore a quello che prendevo mi avrebbe sì dato un lavoro, ma non quel minimo di tranquillità a cui da sempre anelo. Purtroppo, anche per vivere in Egitto, soprattutto oggi, ci vuole un’entrata minima garantita. Certo, si può vivere di foul e tameia con poche centinaia di pounds ma credo anche che ognuno debba avere il suo limite personale sotto al quale, se gli è possibile, non debba scendere.

Dopo qualche settimana di confusione e di tormento interiore, in un barlume di lucidità mi sono posta una domanda: Se avessi un altro lavoro qui, adesso, sarei felice? La risposta è stata no. Quindi, ho deciso di fare quel salto che da tanto tempo rimuginavo, rimandavo, temevo, volevo e, al tempo stesso, non sapevo se sarei stata in grado di fare.

Ho sempre detto che, il giorno che avrei deciso di andare via, l’avrei fatto il più velocemente possibile. Non sono brava a programmare. E in certi casi lo ritengo inutile nonché intollerabile.

Da qualche anno, ero abituata a passare le vacanze di Natale in Italia. E così mentre i giorni passavano, ho capito che dovevo decidere. Avevo solo due opzioni. Non tornare in Italia per Natale oppure tornare e rimanerci. Ho analizzato attentamente entrambe le possibilità e alla fine ho capito che la seconda opzione era quella da scegliere.

Qualcuno mi ha detto che una volta deciso che cosa fare tutto sarebbe stato più semplice e scorrevole. Non ci ho creduto molto e, anzi, tutto è stato molto più difficile di quanto mi aspettassi.

Quando ai primi di dicembre ho comprato il biglietto aereo per il 16 dello stesso mese, è cominciato un turbine di emozioni e di situazioni, che ancora oggi a un mese e mezzo di distanza mi pare una cosa surreale.

Avere un biglietto di sola andata in mano cominciava a dare concretezza alla mia scelta. I passi successivi sarebbero stati disdire l’affitto di casa, organizzare le mie cose da tenere, buttare o donare e ovviamente informare amici e conoscenti della mia imminente partenza.

Solitamente, faccio le valigie poco prima di partire, anche poche ore prima. Questa volta, mi sarebbe stato impossibile fare così. E’ vero che già da un po’ avevo cominciato a radunare cose che non usavo, dividendole tra quelle da donare e quelle da buttare.

Amiche che se ne erano andate in precedenza avevano organizzato una sorta di mercatino dell’usato o comunque di distribuzione di oggetti di vario genere. Io non l’ho fatto un po’ perché è una cosa che non è nelle mie corde e un po’ per il poco tempo a disposizione. Vendere le cose che ho usato per anni e che avevano un valore affettivo più che effettivo non mi andava. Solo il decoder con la scheda TVSAT è stato venduto perché era in ottimo stato e sarebbe servito a un’amica per avere tutti i canali televisivi italici.

Per il resto, certo, ho raccolto cose qua e là che ho preferito regalare a persone care piuttosto che dare in beneficienza o lasciarle in appartamento. Inoltre, se qualcuno mi chiedeva per esempio “hai per caso un frullatore?” o altre cose, davo le cose richieste, a patto che se le venisse a prendere.

Parecchie cose, comunque, sono rimaste a lasciare un segno del mio passaggio nel mio appartamento a disposizione di chi lo abiterà dopo di me: piatti, asciugamani, posate, bicchieri, tavolino, sedie, tende, etc. Una lunga lista di cose, alcune delle quali ogni tanto mi vengono in mente come se mi si accendesse una lampadina. Solo cose… che però sono state parte della mia quotidianità a lungo.

Ho dovuto poi organizzare tutto quello che avrei voluto tenere e portare con me. Non è facile infilare 10 anni di vita in qualche bagaglio!

Due valigioni da 32 kg non sarebbero bastati e così, grazie alla disponibilità degli amici, ho preparato borse e valigie da distribuire a destra e manca. In qualche modo, poi, recupererò quei pezzi di me lasciati là.

Se la parte pratico-organizzativa è stata difficile, quella emotiva mi ha richiesto un’energia sovraumana. Anche se l’aggettivo sembra esagerato, per me è stato così.

Prima di avere il biglietto in mano che segnava la decisione effettiva, amici e conoscenti non facevano altro che chiedermi “Cosa pensi di fare?”, “Che intenzioni hai?”, “Vai via o resti?”. Alcuni sapevano forse prima di me che avrei deciso di andare, altri pensavano che non sarei mai riuscita a fare il salto decisivo, altri ancora insistevano nel convincermi che dovevo restare e cercare un altro lavoro. Alcuni capivano la mia confusione e rispettavano il mio “silenzio stampa” sulla questione.

Nel momento in cui ho comunicato in modi e tempi diversi alle persone che avevo preso la decisione di andare, mi sono trovata a dover affrontare non solo la mia reazione e le mie emozioni al riguardo ma anche quelle di tutti coloro che mi stavano intorno e mi volevano bene, in un modo o nell’altro. Persino persone conosciute da poco tempo sembravano scioccate dalla notizia, come per esempio la mia vicina di casa, frequentata pochissimo.

Non so se lo shock altrui dipendesse dal fatto di perdere me con il mio modo di essere, di far sentire la mia presenza, di socializzare, di creare legami; oppure dal fatto che un’altra italiana tra i veterani hurghadesi fosse pronta ad andarsene. Probabilmente, un po’ tutte e due le ragioni.

Di sicuro, per gli amici più affezionati, prevaleva la prima motivazione. E me l’hanno fatto sentire con una forza che non dimenticherò mai.

Non è stato per niente semplice mantenere un equilibrio in quella manciata di giorni che hanno preceduto il giorno del volo: ufficio da chiudere, bagagli da preparare, persone da salutare, posti in cui andare, cose da fare. Il tutto cercando di vivere normalmente le giornate ma sapendo che si stava chiudendo un capitolo importante della mia vita.

Non sono riuscita a fare tutto e non sono riuscita a salutare tutti, ma l’ultima sera è arrivata comunque.

E dopo una pizza in un’atmosfera surreale con due amiche nel mio appartamento, le ultime cose da radunare, l’ultimo sguardo dal balcone al deserto e al mare, Scaletta che mi aspettava sullo zerbino e non voleva andarsene, ho chiuso per l’ultima volta la porta del mio appartamento numero 9.

L’ultima odissea

15741121_10211458358164447_2496353534896615210_n

Ormai sono passati più di dieci giorni e, tra una cosa e l’altra, non sono ancora riuscita a raccontare il mio ultimo viaggio. O meglio la mia ultima “odissea di volo” da Hurghada all’Italia.

Data di partenza dalla terra egittica, venerdì 16 dicembre.

Orario previsto di decollo da Hurghada 5.45 del mattino. Avevo chiamato un taxista di fiducia per farmi aiutare a portare giù dai miei tre piani di scale le due pesantissime valigie che avrebbero viaggiato con me. Cosa assai rara per gli standard egittici, il suddetto taxista è arrivato con ben un quarto d’ora di anticipo. Ha portato giù in un battibaleno i bagagli e mi ha lasciato qualche minuto per finire due cose e salutare Scaletta che era entrata in casa all’apertura della porta e non voleva andarsene più. Sono poi scesa e, nel freddo del mezzo della notte, in pochi minuti sono arrivata all’aeroporto.

Dopo un po’ di attesa, finalmente ci hanno lasciato passare al primo metal detector per avviarci al check in. Un gentile signore mi ha aiutato a mettere su i due valigioni e anche a tirarli giù. La valigia nuova, comprata pochi giorni prima, in un posto impensato dopo giri infiniti di macchina, ha perso subito uno dei due piedini che la tenevano in equilibrio, opposti alle due ruote (il secondo lo ha perso durante il trasporto aereo!).

Sono arrivata al banco e un sorridente impiegato Egyptair ha preso il mio biglietto e il passaporto per farmi il check in. Dopo pochi secondi, si è rivolto in arabo al suo vicino, ignaro del fatto che io potessi capirlo; e gli ha detto che c’era un problema nel sistema. Gli veniva indicato di farmi carta d’imbarco e adesivo per i bagagli solo fino al Cairo. Ho subito chiesto cosa stesse succedendo e l’impiegato mi ha risposto che il mio volo previsto alle 9.30 dal Cairo per Malpensa era stato cancellato e avrei dovuto prendere il volo successivo alle 12.45.

Ovvio, non ero per nulla contenta di avere davanti più di sei ore di attesa invece che le previste due e mezza. Il peggio, però, non me lo aveva ancora detto: per quel sopra citato “problema di sistema”, avrei dovuto ritirare i bagagli al Cairo e andare a rifare nuovamente il check in. Saputo questo, mi sono assai alterata. Anche perché, avevo comprato un biglietto di business class, le mie valige pesavano 32 kg ciascuna e l’ultima cosa che avrei voluto era doverle di nuovo tirare su e giù e portare in giro per fare un nuovo check in.

Mentre, discutevo con l’impiegato per capire come risolvere la situazione che a suo parere era irrisolvibile perché era colpa dell’ufficio al Cairo, al banco vicino è arrivata una coppia sulla settantina. La signora si è rivolta al referente Egyptair in un inglese semplice e con chiaro accento italiano. Lui le ha risposto in inglese egittico e lei non ha capito molto. Mi ci è voluto un attimo per capire che i due erano nella mia stessa situazione e, rivolgendomi con cortesia alla signora, le ho spiegato in italiano cosa stesse succedendo: volo cancellato, ore di attesa e impossibilità di avere sia la carta d’imbarco per il volo Cairo-Malpensa sia la final destination per i bagagli. La signora era più perplessa che arrabbiata, al contrario di me.

E’ iniziata l’attesa non tanto dell’imbarco ma quanto delle notizie su come avremmo dovuto procedere. Mi sono impuntata per avere per lo meno la certezza che i bagagli fossero spediti direttamente a Malpensa, senza doverli prendere al Cairo e rimbarcarli. Sulla cancellazione del volo e l’attesa di quello successivo, c’era ben poco da fare.

Una delle cose che mi ha innervosito di più in quell’attesa è stata che, controllando la App Egyptair, non avevo nessuna informazione della cancellazione del mio volo e, per di più, nessuno mi aveva informato telefonicamente o via mail della cosa.

Il tempo passava e non sembrava arrivare nessuna soluzione dal Cairo. Alla fine, quando ormai tutti i passeggeri erano passati al secondo metal detector, erano saliti sul bus e in gran parte anche sull’aereo, è arrivata questa autorizzazione manco fosse una dispensa papale per imbarcarci con la final destination per i bagagli ma senza carta d’imbarco per il volo successivo. Meglio che niente.

Nel frattempo, il volo Hurghada-Cairo aveva accumulato un po’ di ritardo, il che cambiava poco per me e i due signori, visto che ci attendevano ore in aeroporto.

Ci siamo imbarcati, ho dato appuntamento ai miei compagni di disavventura all’atterraggio e sono andata a sedermi nel mio sedile comodo della business. Un’esperienza nuova per me. Un piccolo trattamento in più che, un po’ mi meritavo, un po’ è stato scelto perché era la soluzione meno costosa per avere più kg di bagaglio (il prezzo di un bagaglio extra sarebbe stato il doppio di quello speso per l’upgrade di classe!). Dopo uno snack servito con servizio di ceramica e tanto di tovaglietta bianca, il tempo di godersi il cielo che s’illuminava di giorno, il mare e il deserto che si abbracciavano laggiù lontani ma ben visibili e siamo arrivati al Cairo.

Insieme ai due signori, ho camminato seguendo il flusso senza essere ben certa di dove avrei dovuto andare e cosa avrei dovuto fare. Al banco informazioni, nessuno eccetto che due computer accesi e un telefono muto.

Per fortuna, la signora ha individuato un ragazzo con cartellino Egyptair. Gli abbiamo spiegato la nostra situazione e lui molto cortesemente ci ha accompagnato a fare il check in, ha controllato che le nostre valigie fossero trasferite sul volo giusto e ci ha riportato al controllo passaporti dove avremmo dovuto passare per poi dirigerci (ore dopo!) al gate d’imbarco.

Passati nella zona dei voli internazionali, ho lasciato i miei compagni di viaggio e sono andata nel Lounge, il cui accesso era incluso nel mio biglietto. Speravo di riposarmi e mangiare qualcosa. Mi aspettavo qualcosa tipo il Lounge dell’aeroporto Sabiha Goekcen a Istanbul, ma ho trovato qualcosa di ben altro livello. Inferiore, purtroppo. E non di poco.

Era pienissimo, la pulizia era un optional, il cibo era scarso per quantità e pessimo per qualità, la macchinetta per le bevande calde terminava l’acqua ogni due per tre, le poltrone (nella zona in cui ho trovato posto) erano scomode! Unica consolazione la connessione internet che mi ha permesso di ingannare un po’ il tempo e comunicare con tutti un po’.

Essendo sveglia dalla mattina precedente, avendo un notevole carico di stress e di emozioni addosso, non vedevo l’ora di essere seduta sull’aereo e di rilassarmi un po’. E che bel relax su un Boeing 777 in business class. Quello del volo precedente era confortevole, ma questo era davvero spaziale! Il sedile era enorme e dotato di mille bottoni per alzare i piedi, cambiare inclinazione, scegliere musica, film o giochi, ecc. Lo spazio tra una fila e l’altra era enorme.

Copertina e cuscino erano già lì ad aspettarmi, il resto lo hanno portato le hostess un po’ alla volta: succo di frutta, salviettina tiepida, bottiglia di acqua, giornali (in inglese e arabo), una trousse da viaggio contenente un sacco di cose, tovaglietta bianca di stoffa per il tavolino, antipasto, pane da scegliere nel cestino, carrello con portata principale a scelta tra carne, pollo e gamberi, caffè e dolcetto; e verso fine volo, un sacchettino di anacardi e mandorle e un cioccolatino. Un sacco di cose, insomma.

Sono riuscita a dormire un po’, prima che l’aereo cominciasse a scendere attraverso le nubi grigie che facevano da cappello al nord italico.

Le valigie sono arrivate, fortunatamente: una sana e salva; l’altra sbilenca.

Il bagaglio emotivo che portavo con me è un’altra storia da raccontare. Prossimamente.