La nonna e l’Egitto

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Tra le varie fortune che ho, una delle più grandi è avere nella mia vita ad oggi la mia nonna Tina.

Chi la conosce sa che sto parlando di un esemplare umano di quelli che lasciano il segno, fanno la differenza… Non per imprese gloriose compiute, ma in primis per la capacità di affrontare con forza e tenacia gli eventi imprevedibili della vita di tutti i giorni.

E di accadimenti tutt’altro che semplici o felici è costellato il percorso che la nonna ha fatto fino a qui. Fino ad arrivare a 90 anni.

Non mi dilungherò nel racconto di tutto quello che ha segnato i suoi anni. Anche se, a volte, io mi domando se mai lei si sia chiesta, come io ho fatto tante volte nelle mie fantasie di bambina, come sarebbero andate le cose se da ragazzina fosse davvero scappata col circo che era arrivato in paese e che l’aveva incuriosita tanto.

La curiosità è una delle caratteristiche principali della nonna Tina. Non intesa come voglia di informarsi su cose riservate e pettegolezzi. Tutt’altro. La sua è curiosità per la vita, desiderio di sapere cose nuove e diverse, di fare nuove esperienze, di andare sempre oltre e anche di misurarsi un po’ con i propri limiti per superarli.

Guardare documentari e programmi istruttivi, leggere libri di svariati autori e generi, fare parole crociate, assaggiare cibi che non conosce, imparare l’uso di strumenti nuovi come il telefono cellulare e il tablet con tanto di App e internet. E la lista potrebbe continuare.

Su questa linea, anche il visitare luoghi nuovi, non importa se lontani o vicini, è una delle sue passioni. Basta dirle “Andiamo”, che ha già risposto “sì”, quasi ancora prima di sapere la destinazione.

La nonna ormai da quarant’anni trascorre il mese di luglio in Liguria con mio cugino, a San Terenzo, dove sono andata anche io per tanti anni. Ha fatto qualche giro in Italia in luoghi relativamente vicini.

Poi un giorno ha scoperto le vacanze per anziani organizzate dal Comune e ha cominciato a viaggiare in altri luoghi: prima le terme, poi la Tunisia. E poi vari giri con i miei zii.

La prima volta che la nonna Tina è venuta in Egitto è stata nel 2006. Avevo appena lasciato il lavoro sulla nave Sprintours e ero ferma a Luxor in attesa di decidere il da farsi.

Avevo in affitto un appartamento in stile egittico, ma grande e carino, all’inizio di una strada poco lontano dalla Medina e dalla via degli hotel.

La nonna e Manuel, mio cugino, vennero ai primi di marzo a trascorrere una settimana con me.

Li portai a visitare Luxor, sia sulla riva est con Tempio di Karnak e Luxor sia la riva ovest con le tombe della Valle dei Re, il Tempio di Hatchepsut e anche quello di Medinat Habu, passando a salutare i Colossi di Memnon.

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Prendemmo anche il treno in una giornata dall’aria giallognola da tempesta di sabbia per raggiungere Aswan e girare la città accompagnati dal mio taxista di fiducia dell’epoca, il sempre sorridente Mohamed, che ci portò anche a visitare una moschea molto particolare su una collinetta dietro la città.

La nonna apprezzò molto tutte le visite fatte, ma una sera mi sorprese dicendo che voleva andare al Cairo, perché non sapeva se poi avrebbe avuto l’occasione di tornare un’altra volta in Egitto e voleva assolutamente vedere le Piramidi.

I prezzi del volo erano abbastanza proibitivi e il viaggio in treno mi pareva troppo stancante. Invece, la nonna non volle sentir ragioni e mi fece andare a prenotare il treno.

E così ci siamo fatti 8 ore e mezza di notte sul treno, che per di più era con scomodissimi sedili marroni “plasticosi” tipo i nostri vecchi treni con gli scompartimenti. Siamo arrivati al Cairo, dove avevo prenotato un minibus solo per noi per essere indipendenti e scegliere il percorso da fare e i luoghi da visitare.

La prima tappa fu un’ottima colazione all’Hilton hotel offertaci dall’agenzia con cui avevo prenotato il minibus. E poi dritti al Museo Egizio.

La nonna è rimasta impressionata sia dai tanti ritrovamenti egizi che dalla polvere e dalla trascuratezza di alcune sale (cosa innegabile, all’epoca).

Ci siamo poi diretti alle Piramidi, che tanto incuriosivano la nonna. E la Sfinge, che le è apparsa più piccola di quanto si aspettasse.

Il pomeriggio, dopo una breve visita alla Cittadella, lo abbiamo dedicato al giro con il minibus della città. Io ho fatto un salto con mio cugino al mercato di Khan el Khalili, lasciando però la nonna a riposarsi sul bus. E la sera via a prendere il treno del ritorno per Luxor, che per fortuna era quello con sedili singoli grandi e comodi, che hanno reso le lunghe ore di viaggio dopo la giornata di visite più rilassanti e confortevoli.

Quella non fu l’ultima volta della nonna in Egitto, come lei temeva.

La seconda volta è stata circa 2 anni dopo, quando ero già a Hurghada e lavoravo all’hotel Sindbad. Quell’anno, la nonna è venuta con i miei zii e mio cugino, sempre per una settimana, all’hotel Magawish. Loro si godevano la vita da vacanza e alle 18 quando finivo di lavorare mi raggiungevano per uscire a cena o fare un giro per la Sheraton. Nel mio giorno libero, abbiamo organizzato una gita in barca con qualche amico. Con il vento che ci ha fatto da compagno inseparabile e le onde che facevano dondolare sia barca che stomaco.

Non posso dimenticare la preoccupazione della nonna quando scoppiò la Rivoluzione nel 2011. Ricordo una delle sue telefonate, quando era tornato possibile telefonare, in cui mi diceva delle immagini terribili che passavano in TV al Cairo, del Museo distrutto e di tutto quello con cui i media stavano creando il panico a destra e manca.

Certo, la situazione non era da sottovalutare, ma a Hurghada bene o male noi eravamo fortunati e, a parte la logica paura e tensione della situazione generale, riuscivamo a vivere abbastanza tranquilli e con momenti anche di allegria e serenità. Come tante volte, ho detto un po’ “alle sponde della storia” che si stava svolgendo nelle grandi città.

La cosa molto difficile era fare arrivare quella sorta di tranquillità che noi riuscivamo a vivere a chi, come la nonna, stava a migliaia di km di distanza e vedeva solo le immagini in TV.

Credo che la nonna Tina abbia capito davvero solo mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, quando è tornata anche stavolta con miei zii e mio cugino a trovarmi a Hurghada.

In quei giorni, alcuni manifestanti erano scesi di nuovo in piazza al Cairo e in TV ne dicevano di tutti i colori. La nonna guardava fuori dalla finestra di casa mia e diceva: “Ma qui non succede nulla!”. E io le dicevo che era così anche qualche mese prima.

Quest’ultima volta della nonna in Egitto è stata un po’ più lunga e anche vissuta un po’ di più all’egittica. Nonna è rimasta in appartamento con me, mentre zii e cugino hanno occupato l’appartamento temporaneamente lasciato da un’amica a qualche piastrella di distanza dal mio.

Al mattino, dopo colazione, facevamo il percorso insieme. Io arrivavo in ufficio e loro andavano all’Old Vic in spiaggia.

A volte li raggiungevo appena finito il lavoro e qualche volta per pranzo. Il piatto preferito della nonna a Old Vic era il pollo alla griglia di cui ogni tanto ancora oggi tesse le lodi.

La sera abbiamo girato i ristoranti che ero solita frequentare, passando da quello con cucina italiana a quello con pesce all’egittica. La nonna ha trovato sempre qualcosa che le piaceva e la sfamava.

Anche in quella vacanza, abbiamo fatto una gita in barca ma senza vento esagerato e con una barca a vela privata, guidata da uno speciale e fidato capitano francese.

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La richiesta un po’ strana della nonna in quella vacanza fu di andare a fare l’escursione con il sottomarino. Inutile dirle che non era troppo comodo scendere la scala per entrarci, soprattutto con le sue due protesi alle anche.

Alla fine, ho preso una giornata libera in più, per accompagnarla. Già al museo che si poteva visitare in attesa dell’escursione era estasiata a guardare le teche con coralli e conchiglie e a leggere varie didascalie che spiegavano il Mar Rosso e i suoi abitanti.

La discesa dalla scala del sottomarino è stata più facile del previsto. La nonna guardava fuori dall’oblò pesci e coralli con gli occhi brillanti di bambina che vede le cose per la prima volta. L’emozione provata credo sia stata bella e forte. A me ha fatto molto piacere condividere con lei quella esperienza che di sicuro è stata particolare.

Tra un viaggio e l’altro, credo che la nonna abbia famigliarizzato un po’ con il paese che per tanto tempo mi ha tenuta lontana e se lo sia fatta piacere un po’ di più. Anche se penso che continui a preferire la Tunisia, dove è stata tante volte e che ha fatto scoprire anche a me a ottobre 2016.

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Intervista… a me

E’ passato un anno dal mio rimpatrio. Per l’esattezza, un anno e una settimana.

E come mille altre volte mi trovo a pensare da un lato che tutto si sia svolto in un batter di ciglio; mentre dall’altro mi sembra che quel 16 dicembre 2016 sia lontano anni luce.

Non mi dilungherò, però, tra le pieghe delle mie contraddizioni e dei miei ricordi del periodo trascorso. O meglio, non lo farò in forma di racconto, bensì di intervista. Sì, un’intervista a me stessa.

Non invento nulla di nuovo, anche se l’idea può apparire bislacca. Banalmente, mi viene in mente Marzullo che alla fine di un suo programma chiedeva: “Si faccia una domanda e si dia una risposta”. Oppure, mi sovviene anche un’intervista a se stessa di Oriana Fallaci. Sicuramente, ci sono altri esempi illustri e non.

L’idea di un botta e risposta tra me e me, in realtà, mi viene un po’ anche dal fatto che, in questo anno, mi è capitato spesso di sentirmi fare delle domande dagli altri e di non riuscire sempre a dare risposte esaurienti e soddisfacenti. Forse per i miei interlocutori che erano spinti da mera curiosità erano anche sufficienti le mie spiegazioni, ma alla sottoscritta sembrava sempre che mancasse qualcosa per far capire bene (ammesso che questo sia possibile) le sfumature e le implicazioni di un ritorno in patria dopo tanti anni.

Forse l’hai già raccontato, ma rinfreschiamoci la memoria…Perché hai lasciato l’Egitto?

I motivi sono due, uno oggettivo e uno soggettivo. Il primo è che ho perso il lavoro e che, per tante ragioni, trovarne un altro che mi garantisse più o meno lo stesso stipendio non era semplice. Non dico che fosse impossibile. Probabilmente, con un po’ di pazienza e di ricerca, avrei prima o poi trovato qualcosa. Anche se, a causa della svalutazione della lira egiziana e del conseguente aumento dei prezzi, era proprio difficile poter fare come avevo fatto fino a quel momento con il mio non certo eclatante stipendio, ovvero vivere con parte di esso e mettere via parte di esso per le “vacanze” italiche. Mi son sempre data da fare con altri lavori, oltre a quello ufficiale, per arrotondare un po’, per concedermi qualche spesa extra utile o futile. Le entrate di queste attività erano variabili e a volte bastava poco perché fossero davvero limitate. Quindi, non potevo considerarle come una certezza con cui integrare uno stipendio minore al precedente.

La seconda motivazione, quella soggettiva, è che da tempo sentivo il bisogno di andare oltre, di darmi altre possibilità e… di chiudere un cerchio.

Quale è stata la più grossa difficoltà di questo tuo primo anno in Italia?

Sicuramente, trovare lavoro. Mi aspettavo che non fosse facile, vista la situazione economica italiana, ma non credevo che ci si dovesse destreggiare in una giungla di non sensi e contraddizioni. A partire dagli annunci stessi di lavoro: serve un corso per capirli, interpretarli e riconoscere quelli (molti, purtroppo) che sembrano proporre una cosa che poi invece non è. Poi, ci sono le leggi che complicano l’assunzione di persone qualificate e con esperienza per via dell’età. E infine ci sono una marea di “lavori” (le virgolette sono necessarie!) per i quali non si viene pagati per l’impegno che ci si mette e le ore che si lavorano, ma per gli obiettivi che dovrebbero raggiungere e che spesso sono impossibili. Insomma, un mondo difficile…

A parte questa fondamentale difficoltà, ti senti completamente riadattata all’Italia?

Riadattata completamente non penso che lo sarò mai. Perché gli anni vissuti all’estero ti cambiano inevitabilmente e ti danno un modo diverso di vedere le cose e il tuo stesso paese. Inoltre, non avendo ancora un lavoro serio non ho ancora trovato la mia dimensione, la mia routine… come invece avevo a Hurghada.

Cosa ti manca di più dell’Egitto?

I taxisti… No, scherzo ovviamente. Quelli sono proprio una cosa di cui non sento la mancanza. Mi mancano le persone con cui condividevo la vita. Le piccole abitudini quotidiane come andare a bere il tea al bar dei gatti, dopo l’ufficio. Le cene in Marina o in altri posti. Le passeggiate per le stradine della città. La vista dal mio balcone. I negozietti dei siriani. La mia indipendenza. Il mio appartamento. L’avere contatto con tante persone di diverse nazionalità.

Cosa hai qui che là non avevi?

Bè, il supporto di parte della mia famiglia, che è una cosa fondamentale senza il quale non avrei vissuto questo anno come lo ho vissuto. E poi le cose da fare: le mostre, i musical, le librerie, il cinema, ecc. Tante opportunità per impiegare il tempo libero, che vanno oltre alla spiaggia e al mare.

Per tutte queste però cose comunque ci vogliono soldi. La vita in Italia è cara…

Verissimo. Da un lato, sono fortunata (che è dir poco), perché grazie a parte della mia famiglia, non solo ho un tetto sotto cui stare e di che mangiare, ma molto di più… Mi hanno fatto fare anche vacanze e weekend. Inoltre, come ho sempre fatto, mi sono data da fare con lavoretti da freelancer online, che mi hanno dato una rendita minima. E ancora, sono riuscita a ottenere per qualche mese un’indennità di disoccupazione per rimpatriati. Poi certo, la vita è cara qui. Quindi, seleziono le cose da fare. Vorrei magari vedere più film o musical, ma scelgo. Come è normale che sia. Il fatto che, però, tutte queste possibilità di cose da fare ci siano mi piace.

Hai nominato la spiaggia e il mare. Ti mancano? E il clima egiziano?

Il clima è una delle ragioni che più spesso mi venivano citate quando qualcuno mi diceva che mi invidiava perché vivevo in Egitto. Io ho la fortuna di non essere metereopatica e anzi di saper godere del variare delle stagioni, quindi il clima non è mai stato per me fondamentale. Amavo molto quelle rare giornate in Egitto in cui il sole si andava a nascondere dietro le nuvole e l’atmosfera era quella del mare delle vacanze a fine stagione. Più che il caldo afoso dei mesi estivi adoravo quella sorta di autunno che faceva capolino tra ottobre e novembre, di cui cui ho anche scritto in passato. Era il periodo in cui di giorno faceva un caldo mite e sopportabile e di sera un po’ di aria piacevole che accarezzava la pelle… La spiaggia non mi manca più di tanto, perché non mi piace molto star sdraiata a prendere il sole e soprattutto negli ultimi anni ci andavo raramente. Il mare, sì, mi manca molto. Mi manca guardarlo al mattino appena sveglia o al tramonto seduta sul mio balcone; o andare a parlargli tacitamente sulle panchine vicino al vecchio Sheraton. E ancora andarlo a trovare in una delle tante gite in barca.

Pensi di tornare in Egitto in vacanza?

Non a breve. Io son fatta un po’ a modo mio e farei davvero fatica a tornare nel luogo dove ho vissuto da turista. Certo, l’Egitto è grande e quindi potrei fare una vacanza a Sharm o tornare ad Alessandria, ma di certo non credo che a breve tornerò a Hurghada. Sarà che son troppo sentimentale e che non mi sentirei a mio agio da vacanziera nel luogo in cui per tanto tempo sono stata residente. E in più, per tanti anni, vivendo là, le mie vacanze sono state solo i rientri in Italia… Quindi, ci son tanti altri posti nel mondo da vedere. C’è un posto in Egitto in cui tornerei anche domani: il deserto bianco. E’ un posto speciale, in cui ci si riconnette con se stessi e quindi è un po’ come se fosse un po’ scollegato dal paese in sé e dal resto del mondo.

Considerati i pro e i contro di questo primo anno italico, torneresti indietro?

Non sono una che torna indietro, generalmente. Forse perché spesso ci metto molto per prendere le decisioni, quelle importanti. Quindi credo che la scelta sia stata giusta e fatta al momento giusto. Del doman non v’è certezza… Non posso perciò dire con sicurezza che non ripeterò l’esperienza di espatriata in un altro momento della mia vita che sia in Egitto o altrove. Chi lo sa…

Hai ancora contatti con le amicizie in Egitto?

Certo! E’ ovvio che con la distanza i rapporti non possono essere quotidiani e stretti come vivendo nello stesso luogo. Altrettanto ovvio che non tutti i rapporti hanno lo stesso valore e che, il tempo e i cambiamenti li trasformano, li affievoliscono… Anche se con social e tecnologia è difficile “perdersi di vista”, almeno virtualmente. Però, sono convinta che i rapporti più importanti e consolidati, anche se non vivono di contatto quotidiano, si nutrono e prendono forza anche nella lontananza. Ci sono persone che non vedi da mesi e poi, quando le incontri, è come se ci si fosse visti il giorno precedente. Inoltre, parecchie persone che hanno vissuto un pezzo di vita con me in Egitto sono rientrate e capiscono meglio di altri la condizione e i sentimenti di “rimpatriata”, anche se ognuno ha il proprio percorso con le naturali differenze.

Consigli a chi vorrebbe rientrare dall’Egitto in Italia e non trova il coraggio?

Non so se sono in grado di dare consigli… E non so nemmeno se sia il coraggio che serve. Penso piuttosto che per ognuno arriva il momento di prendere una decisione, volente o nolente. E’ un percorso che si fa. Se è il momento di andare via, alla fine lo si fa, senza lasciarsi spaventare dai milioni di dubbi sul cosa si farà e come. Ovvio che la paura c’è, insieme ai dubbi, alle incertezze. Credo che prima o poi si arrivi a fare il primo passo e poi verranno gli altri. Se di consiglio si può trattare, io direi di andare via dall’Egitto quando ancora lo si ama un po’… Non quando proprio ci si sente alla frutta, non si sopporta più niente, si vedono solo i lati negativi, ecc… (può capitare, lo so bene). Perché? A mio parere, perché si è vissuto in quel paese che, nonostante le sue contraddizioni, ci ha accolto ed è stato la nostra “casa” e per questo merita sempre rispetto e affetto. Credo che andarsene “odiandolo” sarebbe davvero un peccato.

Ho esaurito le domande da porre a me stessa, almeno quelle con risposte che forse possono interessare… Forse ce ne sono altre, di certo c’è ancora tanto da raccontare. Come sempre.

Negozi e ricordi

alimentari-mediorientale-milano-piazza-gambaraI mesi di questo 2017 sono scivolati via come le perline di una collana rotta che rotolano veloci l’una dietro l’altra. Dicembre è arrivato. Si avvicina il primo anniversario del mio rimpatrio… (ma questa è un’altra storia, non quella di oggi).

Le città si vestono di decorazioni e luci e si preparano alle festività, cercando di cacciar via il grigiore della quotidianità, della crisi economica e di tutto quel che di negativo c’è in giro, per le vie non solo italiche ma mondiali.

L’altra mattina, alla fermata della metro ho incontrato una ragazza imbottita in un piumino adatto al freddo della stagione con il chador che le contornava il viso. Non è certo raro vederne di simili, ma questa mi ha colpito subito. Mi è bastato sentirla dire due parole al telefono per avere la certezza che fosse egiziana. Avrei voluto avvicinarla e parlare con lei. Mi sarebbe piaciuto sapere da che parte dell’Egitto veniva, cosa faceva in Italia… Insomma un misto di curiosità per il diverso e un bisogno di ritrovare qualcosa di conosciuto mi spingevano verso di lei.

Per tutto il tragitto in metro, però, la ragazza è rimasta al telefono. La osservavo qualche sedile più in là del mio e solo ogni tanto coglievo una parola familiare.

La mia voglia di parlare egittico è rimasta così insoddisfatta.

Ieri pomeriggio, in attesa di andare all’inaugurazione di un negozio, ho camminato per una via che ormai ha assunto un’aria abbastanza etnica. Mi sono ricordata che da tempo volevo preparare l’hummus di ceci ma che non ho mai cercato la tehina (la salsa di sesamo che tanto spesso si mangia in Egitto). Così ho approfittato del fatto di essere in quella zona piena di negozi con prodotti internazionali per cercare la salsa.

Sono entrata in un primo negozio che accoglieva con grandi cassette di frutta colorata e invitante e si espandeva poi per un lungo e stretto corridoio pieno zeppo di cose di varie nazionalità. Mi sono guardata in giro bene, ma non ho riconosciuto alcun prodotto arabo eccetto due tipi di acqua di rose, usata per alcuni dolci. Sono tornata verso l’uscita e il mio sguardo è stato catturato da verdi okra (anche chiamata bamia), che è tipica anche della cucina egiziana e generalmente è cotta in umido. Ho fatto mezzo sorriso e ho tacitamente salutato quella verdura che poi non mi è mai piaciuta molto.

Ho camminato ancora un po’ e ho visto dall’altro lato della strada una vetrina con la scritta in arabo. Era una macelleria. Avvicinandomi, però, ho visto che aveva anche prodotti in scatola e altre cose.

Era un negozio abbastanza piccolo, col banco frigo per la carne sul fondo, dietro al quale un signore serviva due clienti.

A sinistra, c’era un altro frigo con tre ripiani. Sul primo erano in bella mostra il rayeb (un misto tra latte e yogurt, molto buono), i formaggini de La vache qui rit e il tanto mangiato Kiri (formaggino morbido poco saporito che si adatta a ricette sia dolci che salate). Sul secondo, stavano grandi vaschette di plastica contenenti harissa (salsa piccante), olive nere, olive verdi e la giardiniera egittica già altre volte citata come makhallel (ovvero sottaceti). Stavo per prendere il telefono per fotografare queste specialità ben conosciute, quando il signore dietro al bancone mi ha chiesto in italiano cosa stessi cercando. Ho risposto che volevo la tehina e lui mi ha indicato la scansia alle mie spalle. Mi son girata, prima di poter scattare la foto e prima di guardare bene cosa ci fosse sul terzo ripiano. Sul lato indicatomi dal signore, c’erano prodotti vari come lenticchie arancioni, cous cous, fave e ceci in scatola: tra loro, in una confezione con tappo verde e di una marca che non avevo mai visto, ho trovato quel che cercavo. Ho preso la confezione e mi sono guardata intorno ancora un attimo.

Il tea Arosa ha fatto capolino dall’alto di un’altra scansia, tutto ben ordinato in file di scatoline gialle e rosse. Poco più sotto, confezioni di halawa mi hanno regalato un sorriso enorme. Quasi tutti quelli che sono stati in Egitto dovrebbero conoscere halawa. Chi ci ha vissuto per un po’ di sicuro la ha tenuta nel frigo e la ha divorata nei momenti più disparati. Questo dolce è venduto in scatole di plastica ed è fatto con pasta di tehina e miele. Ci sono poi le varianti con aggiunta di cioccolato, mandorle, nocciole e – la mia preferita – pistacchi. La sua consistenza è un po’ sabbiosa e può capitare che al primo assaggio halawa non riscuota grande successo. Poi però le concedi una seconda possibilità e scopri che è meglio non averla in casa oppure rischi di finirne una scatola in una sola volta. Insomma, un po’ come l’effetto Nutella che capita a tanti.

Mi sono rivolta al signore dietro al bancone in arabo chiedendogli se fosse egiziano. Lui ha risposto di sì. Abbiamo così scambiato quattro chiacchiere. Anche se, con mio leggero disappunto, lui non si è minimamente stupito che io parlassi la sua lingua.

Gli ho detto che avevo vissuto fino a quasi un anno fa in Egitto e lui mi ha chiesto dove. Gli ho poi domandato da dove venisse lui: ha risposto El Monofeya e ha cominciato a spiegarmi dove fosse questa città meno famosa di altre egiziane, ma io l’ho fermato dicendogli che avevo un amico che veniva da un villaggio vicino.

Pochi minuti di colloquiare egittico contornata da sapori e odori che riportavano ad un’altra latitudine. Ho pagato la mia tehina e sono uscita, pensando che prima o poi tornerò a comprare qualcos’altro.

Sono andata all’inaugurazione del negozio a cui dovevo andare. Anche lì ho trovato qualcosa che mi parlava d’Egitto: loofah, ovvero spugne naturali piccole e grandi che tante volte ho comprato e usato. Ho convinto mia zia a comprarne una piccola visto che ne era tanto incuriosita e non l’aveva mai provata.

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Oggi pomeriggio, invece, sono andata in un paese vicino in un negozio di alimentari dichiarato bottega storica: un negozio di una volta, in cui si può comprare il pane, gli affettati, i detersivi, ma anche qualche decorazione per Natale, la colla o un paio di tazzine. Credo si possa chiamare drogheria un negozio simile. Non saprei che altro nome dargli.

Aveva proprio l’aria di altri tempi con una vecchia bilancia in vetrina, un macinino per caffè e due vecchie macchine da cucire Necchi a decorare l’ambiente semplice e un po’ retrò. La padrona mi ha detto che era lì dal 1969 ma si leggeva nei suoi occhi e nei suoi modi la voglia e l’entusiasmo di continuare quella sua attività, nonostante sembri che sia in città che nei paesi la regola siano solo i grandi supermercati.

Tra le tante emozioni e ricordi che questo negozio ha fatto riaffiorare alla mia mente, c’è il supermercatino di “Camillo”. Anche a Hurghada c’erano alcuni supermercati abbastanza grandi dove si andava abitualmente a far la spesa. C’erano poi una miriade di negozietti piccoli, medi o grandi sparsi nelle viuzze della città in cui si trovavano le cose più disparate. Mi piaceva molto andare in quei negozi, anche perché a volte avevano cose che non si trovavano nei supermercati.

Per esempio, le “camille egittiche”. Non ricordo se ho già raccontato di loro in altre occasioni.

Erano piccole tortine monodose senza conservanti fatte e confezionate dalla pasticceria Zahraa, messe in vendita appunto nei piccoli negozi di alimentari e qualche volta al Best Way. Erano in un pirottino di alluminio, avevano l’aspetto e il sapore che era un misto tra plum cake e camilla, anche se non contenevano (che io sappia) carote. Mi piaceva comprarle e mangiarle ogni tanto.

Negli ultimi tempi, le compravo sempre in un negozio in una traversa della Sheraton, il cui proprietario era un signore simpatico coi baffi (già citato in altro post passato) che io avevo soprannominato Camillo, proprio perché andavo da lui in primis per comprare quelle tortine.

Aveva anche mille altre cose in quel buco di negozio e spesso finiva che compravo anche un pacco di pasta, i fiammiferi, l’incenso e il Nescafè. Era buffo quando Camillo provava a ripetere parole in italiano che sentiva dire da me o dalla mia amica.

E così, basta poco per far riemergere momenti della mia vita egittica che fu.

Uno speciale angolo di mondo

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Hurghada non è solo mare. Come ho scritto altre volte, è la città tra mare e deserto: il mare le accarezza la costa, il deserto le protegge le spalle.

E là, in un punto non ben precisato del deserto hurghadese, c’è un luogo speciale per me e per chi come me lo ha scoperto in modo tranquillo e privato, ben lontano dal caos delle escursioni organizzate di massa. Un’oasi di pace dall’atmosfera magica che seduce i sensi e coccola l’anima, sospesa nel silenzio di una dimensione spazio temporale alternativa.

Per raggiungerlo si deve partire dalla zona in cui sono raggruppati tutti i vari punti di partenza delle diverse compagnie di safari: quasi una piccola cittadella, con costruzioni tutte simili, che riportano sul muro il nome della compagnia; i quad parcheggiati che aspettano i turisti; in alcune c’è anche una zona in cui poi dopo il tramonto ci si raduna per mangiare e vedere lo spettacolo folkloristico locale.

Si percorrono un po’ di kilomentri nel deserto, tra una duna e l’altra e si arriva ai piedi di una montagna rocciosa. Si vedono casupole rettangolari e semplici, sparse qua e là; una zona centrale come un grande gazebo recintato di legno e coperto di foglie di palma, dotato di panche su cui sedersi.

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Si parcheggiano lì a fianco le jeep e/o i quad e, dopo aver bevuto il tea offerto dai beduini, si è liberi di esplorare la zona. I più agili possono salire fino a vedere la sorgente d’acqua che sgorga tra le rocce. Chi è curioso di scoprire la vita di quell’area può avvicinarsi alle case e trovarsi circondato da bambini dai vestiti colorati, dagli occhi scuri intensi e dai grandi sorrisi allegri.

C’è una recinzione con capre, galline e conigli, che a volte si vedono anche scorrazzare liberi in giro. Ci sono le donne beduine che indossano abiti tradizionali e preparano il pane da cuocere poi in un forno all’aperto.

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Si può camminare lentamente e riempirsi di quell’energia così particolare che in questo luogo regna sovrana.

Due acacie osservano tacite lo svolgersi delle ore lente delle giornate tranquille e di quelle più affollate di visitatori.

Quando il sole frettoloso va a nascondersi dietro la montagna, il cielo si veste di buio e accende una ad una le infinite stelle. Se si ha la pazienza di restare lì, fino a sera, è garantito uno spettacolo celeste davvero emozionante. E che sia agosto o no, quasi certamente, almeno una stella cadente catturerà l’attenzione e i desideri di chiunque abbia voglia di volgere lo sguardo all’insù.

Ogni volta che sono stata in questo posto è stato bello: che fosse con la jeep o il quad; con pochi o tanti amici; per una gita veloce oppure per una più lunga con inclusa la cena e il relax sotto le stelle.

Di solito, avevamo l’abitudine di comprare prima quel che avremmo voluto mangiare e farlo poi cucinare ai beduini sul fuoco o nel forno. Ogni cosa cucinata lì acquistava un sapore particolare: la kofta, il riso, le patate con cipolle e pomodori… Tutto sempre delizioso.

Le luci e i rumori della città sono davvero distanti da qui. I beduini hanno un generatore per la corrente elettrica, che molto spesso però non usano o usano solo per emergenze.

Il rosso del fuoco acceso per cucinare illumina di luce calda i contorni delle cose.

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La prima volta che sono andata in questo posto col quad, ero insicura alla guida. Ho rischiato anche di insabbiarmi più di una volta e l’amico Magdy mi è venuto in soccorso. Al ritorno, però, col buio andai come una scheggia, facendo anche un fuori pista senza problemi. Una volta, invece, al ritorno con la jeep ci siamo insabbiati davvero e abbiamo dovuto scendere a spingere. E un’altra volta ancora, sempre con la jeep, l’autista si è messo a fare la corte ad un’amica anche se lei non parlava né arabo né inglese fino a chiederle (scherzosamente) di sposarlo. Quante risate!

E il ricordo di quelle risate, di quelle con i vari amici che sono stati con me in questo magico luogo, di quelle dei bambini beduini che giocavano al girotondo e si mettevano in posa per le foto, mi scalda sempre il cuore.

La strada per arrivare laggiù non la so bene. La sapeva Magdy, che ci ha accompagnato la prima e tutte le volte successive. Eppure, sono sicura che se dovessi tornarci, sentirei l’energia che mi porta là e sulla via del ritorno troverei una stella che mi indica il percorso.

 

Auguri Blog!

2017-06-09_il_nostro_secondo_compleanno

Proprio due anni fa, davo inizio al blog per raccontare quel che mi passava per la mente, le esperienze e le “avventure” in terra egittica. Non immaginavo allora che, dopo poco più di un anno, molte cose sarebbero cambiate. Forse, avrei potuto (e dovuto) scrivere molto di più. Di certo, ho ancora tanto da scrivere. E questo, nonostante l’Egitto non sia più la mia quotidianità ormai da mesi.

Molto spesso in questo lungo periodo senza post ho pensato di scrivere qualcosa: dopo i vari fatti di cronaca alterati e “storpiati” dai nostri cari media; in occasione di qualche incontro particolare; oppure per via dei ricordi che costantemente riaffiorano qua e là inaspettatamente. Spesso, di notte, ho mentalmente scritto quel che avrei voluto, ma poi ho lasciato arrivare l’alba e i giorni successivi senza trasformare i miei pensieri in parole digitate sulla tastiera.

A volte, mi ha frenato l’idea che non potessero interessare più i miei scritti “a posteriori”, essendo io ora a una latitudine diversa. Altre volte, mi ha bloccato quel lavoro emotivo che inevitabilmente è associato al processo del ricordare e che può essere faticoso da affrontare. Altre volte ancora, solo la pessima involontaria abitudine di procastinare.

Poi, però, capita di leggere commenti nuovi su un vecchio post, di rendersi conto che, anche se non si scrive, il rimuginare emotivo conscio o inconscio è costante; di avere in testa una lista di cose che si vorrebbero raccontare… E soprattutto di non sopportare la procastinazione, anche se in qualche modo se ne è allo stesso tempo autori e vittime.

Probabilmente, le prossime narrazioni non saranno declinate al presente e andranno a ripescare in ordine sparso nella memoria. Non per questo, però,  saranno meno sincere e sentite. Anzi, potrò romanzarle un po’ e donare loro i toni più accentuati che ogni cosa assume “col senno di poi”, ma sarò sempre fedele al mio sentire e alle esperienze fatte.

E così, riparto da qui. Facendo gli auguri al blog per il suo secondo anniversario con la speranza e la voglia di riempirlo di altre storie, pezzi di vita, ricordi e tutto quel che mi balenerà per la mente. Mente che, ormai italica da dieci mesi, sa perfettamente di essere ancora molto egittica inside!

Un’ultima cosa, ma senza presunzione: grazie a chi mi legge e a chi mi dice “Perchè non scrivi?”.

 

Sei mesi

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Ritorno a scrivere, dopo una lunga pausa silenziosa…

Eccoci al giro di boa dei sei mesi italici. Quasi non riesco a crederci. Il tempo vola, per dire una frase comune. E da un lato è proprio così. Come sia possibile che siano passati già sei mesi non è facile spiegarselo. Dall’altro lato, però, mi sembra anche che il grande salto del ritorno italico sia in qualche modo lontano. E’ sempre il solito scherzo che mi fa il tempo: vola, ma fa sembrare le cose lontane, simultaneamente. Come faccia non lo so, ma lo fa e quasi sempre.

Dopo un numero consistente di giorni italici, forse, dovrei essere in grado di fare un bilancio. Anzi, per molti che non hanno fatto lo stesso passo o che mai sono stati all’estero e rimpatriati, dovrei aver già capito tutto. Chi invece in un modo o nell’altro ha fatto un percorso simile al mio sa bene che 180 giorni (o giù di lì) sono assai insufficienti per sentirsi reintegrati. E c’è anche chi, ancor meglio, dopo tanti anni dal rientro, è consapevole del fatto che un angolo di sé resterà sempre legato al bizzarro e stupendo paese tra deserto e mare che si è lasciato.

Spesso una semplice vacanza è in grado di farti cambiare e crearti problemi di riassestamento nella realtà quotidiana. Figuriamoci anni di vita, tra un capitolo e l’altro, fuori patria!

Il “ritorno” ha come primo volto lo spaesamento, pur rientrando in quello che è il paese che ti ha visto nascere e crescere. E trovi alcune cose immobili esattamente come le avevi lasciate.

Il che, per certi versi, può essere bello e darti un senso di pseudo sicurezza. Poi però, velocemente, ti rendi conto che tu non sei più (e mai sarai di nuovo…) quella che eri. E’ un dato di fatto inconfutabile. Non ha un valore positivo o negativo. E’ semplicemente così.

E’ questione di percorsi fatti ed esperienze vissute.

In quella prima fase, incontri persone conosciute in passato o di recente e ti trovi a pensare che sono ben strane: alcune inquadrate, alcune depresse e ingrigite, altre semplicemente adeguate alla loro routine. Molte ti guardano come se fossi una specie di eroe che è riuscito a lasciare il Bel Paese con tutte le sue contraddizioni, s’immaginano che tu abbia vissuto solo una vita dorata come la sabbia e mutli colore come i pesci del Mar Rosso.

Qualcuno ti dice, con aria mista tra l’affranto e il risentito: “Sei matta a essere tornata in Italia…”. Affermazione poi seguita da una serie di lamentele sul paese, sulla vita, sui costi, ecc… E a te, che nonostante tutto non hai vissuto in un paradiso terreste (perché anche il più paradisiaco dei paesi ha i suoi pro e contro nella vita di tutti i giorni!), verrebbe voglia di rispondere a tono, ma poi ti ricordi l’educazione, sorridi e commenti con poche parole banali adatte al contesto.

Arrivi alla conclusione che, forse, quella strana sei tu. E che quella tua stranezza la vuoi proprio conservare, il più a lungo possibile.

Capisci che con certe persone è inutile cercare un punto di comunicazione su quella che è stata la tua vita di anni all’estero. Parli con loro del tempo o di quel che capita, come se niente fosse. Va bene così.

Poi, però senti l’esigenza di comunicare qualcosa di più. L’unica soluzione che hai è andare alla ricerca di chi è tornato prima di te. Magari è stato via meno tempo, magari è tornato da tantissimi anni, oppure è rientrato solo da un paio di mesi… eppure tutte quelle persone, con le differenze date da carattere ed esperienze, hanno qualcosa in comune con te.

Provano lo stesso spaesamento, si sentono strane e vogliono continuare a esserlo.

Così ti ritrovi con amiche di media o vecchia data a ricordare le stagioni sulle navi, a raccontarsi episodi vissuti in tempi diversi, a ripercorrere i passi delle rispettive scelte… a domandarsi in che direzione si stia andando. E lo si fa davanti un bicerin a Torino; bevendo uno Spritz a Verona; in una casa accogliente a Milano… Oppure per telefono o via chat.

Lo spaesamento poi deve, per forza, ridimensionarsi un po’. Anche se, sornione, ogni tanto a braccetto con la nostalgia, sbuca fuori, senza avvisare.

La fase successiva post rientro è quella della ricerca di un po’ di assestamento. Che per quanto mi riguarda non è ancora del tutto finita.

Si rientra in dinamiche quotidiane che prima erano solo riservate alle vacanze italiche (nel bene e nel male). Si tenta di creare abitudini e legami nel nuovo contesto. Non che sia facile, ma si fa quel che si può.

E ovviamente ci s’incontra e si scontra con tutte quelle difficoltà ben elencate da chi ti considera matta a essere tornata. Perché quelle difficoltà oggettivamente ci sono. Non si può negarlo. Burocrazia, ricerca del lavoro, gente che non risponde; e via dicendo…

Si cerca, però, di contro bilanciare le cose negative con quelle positive: le città da visitare, il cibo italico, il cinema e tutte quelle cose di cui si era sentita la mancanza negli anni all’estero.

Ci sono le varie domande che, spesso, ti vengono fatte quando tu vorresti fare ben altro che rispondere: “Ti manca l’Egitto?”, “Cosa ti manca di più?”, “Non ci torni più?” (oppure la variante: “ci tornerai in vacanza?”), “Come fai a vivere qui con questo tempo? (chiesto in giornate di pioggia, ovvio). Non ti mancano il sole e il mare?”, “Pensi di andare in qualche altro paese?”, “Pensi di avere fatto la scelta giusta?”.

E potrei continuare con una lista di altre domande sulla falsa riga di queste. Le risposte? Bè, dipende. Dal momento, da chi chiede, dall’umore del giorno, da tante cose.

Di base, so che, nonostante tutte le difficoltà e il peso della scelta fatta, era il momento giusto di farla. Era ora di chiudere un cerchio. Di andare oltre. Di darmi altre possibilità.

L’Egitto mi manca. Come potrebbe essere diversamente? E’ un paese che si ama o si odia, senza vie di mezzo. E lo si continua ad amare anche da lontano. Magari con un pochino di distacco, necessario per mantenere il nuovo fragile equilibrio. Come quando ci si lascia dopo una grande storia d’amore. L’amore resta, ma non può essere l’oggetto quotidiano della nostra attenzione. Altrimenti s’impazzisce.

Mancano la quotidianità della vita vissuta per tanti anni, le amiche, la vista dal balcone, le strade, gli odori… tutto quello che là c’è e qui no. Manca, impossibile che non manchi.

E poi l’Egitto compare come se lui stesso volesse farsi ricordare da me… In uno spot alla radio di un’associazione che raccoglie fondi per le donne maltrattate in Egitto (sentito proprio poco fa), nella pubblicità che passa in TV più volte al giorno, su un treno dove due signori egiziani ti si siedono accanto, in una piadineria romagnola gestita però da egiziani… e in mille altri momenti, in questi mesi.

Coincidenze? Casualità? Io credo più che altro… legami… Un doppio filo sottile e resistente che c’era, c’è e ci sarà.

Resta tanto altro dentro che non trova la via verso la tastiera per farsi parola… ma scorre liquido a rigare le guance.

Dalida

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Lo schermo diventa nero, subito dopo aver inquadrato le due righe di quel messaggio lasciato accanto al letto. Pochi secondi e torna il colore dell’ultimo fotogramma: una scala riempita di fumo bianco, che sa sia di effetto da palcoscenico sia un po’ di nuvole; la figura longilinea di donna che alza il dito verso la scritta luminosa con il suo nome: DALIDA.

Così sì è concluso poco fa, su RAI 1 in prima visione, il film della regista francese Liza Azuelos, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Orlando (nome d’arte di Bruno, fratello della cantante). Nella parte della protagonista c’era l’attrice italiana Sveva Alviti, affiancata tra gli altri attori da Riccardo Scamarcio, nel ruolo di Orlando.

Dalida viene trovata morta nella sua villa a Montmartre in una domenica di maggio del 1987, dopo anni di successi internazionali, intrecciati a mille complicazioni dell’anima e storie d’amore dai tragici epiloghi.

Milioni di dischi venduti, spettacoli in teatri importanti, canzoni in francese, inglese, italiano; collaborazioni con altri artisti, film, partecipazioni a show televisivi fanno di Dalida un’icona del suo tempo e senza dubbio la cantante che ha maggiormente contrassegnato la musica leggera transalpina del XX secolo, insieme a Edith Piaf.

Dalida nasce Iolanda Cristina Gigliotti nel 1933 a Il Cairo, nel quartiere di Shoubra, da genitori di origine calabrese. Il nonno era un sarto che aveva lasciato la patria in cerca di fortuna, insieme ai tanti compaesani che partirono per contribuire alla costruzione del canale di Suez. L’amore per la musica è trasmesso a Iolanda dal padre, maestro di violino.

Lo strabismo che la obbliga a indossare gli occhiali e a subire varie operazioni è spesso oggetto di scherno da parte delle sue coetanee, quand’è bambina. Odia portare gli occhiali e si sente brutta. A diciassette anni s’iscrive a un concorso di bellezza e lo vince, con suo stesso stupore. Poco dopo, vince il titolo di Miss Egitto, che le apre le porte del mondo del cinema.

Iolanda decide di lasciare l’Egitto e trasferirsi a Parigi per affermarsi nel mondo dello spettacolo nel 1954.

Il nome d’arte fu scelto nel 1956 ispirandosi al film Sansone e Dalila: inizialmente fu Dalila, cui fu poi cambiata una lettera, su consiglio di uno scrittore francese.

Confesso di aver scoperto per caso il legame di Dalida con l’Egitto. Per l’esattezza, l’ho scoperto in una sera di giugno poco dopo il mio arrivo a Hurghada, guardando una fiction a lei dedicata, interpretata da Sabrina Ferilli. Se non ricordo male, fu su consiglio dell’unica italiana che conoscevo al momento in città che guardai quella mini-serie, incuriosita dal fatto che lei aspettasse con ansia di vederla.

Sorvolando sulla qualità dell’interpretazione e del prodotto stesso, ricordo che rimasi colpita dall’anima tormentata di quell’artista di cui conoscevo ben poco, dai suoi successi, dal suo legame intrecciato tra Egitto, Francia e Italia. Mi colpì quella canzone con cui partecipò insieme a Luigi Tenco al Festival di Sanremo “Ciao amore, ciao”, che non fu il segno di un successo ma di una tragedia col suicidio di Tenco prima e il tentato suicidio di Dalida poi. Non so bene perché ma quella canzone continuava a tornarmi in testa; e ancora lo fa, a volte, se mi capita di sentirla per caso.

Dopo quella fiction, ho letto un po’ di notizie sulla cantante e ascoltato le sue canzoni. Ho scoperto anche conoscerne alcune, benché prima non sapessi o non ricordassi fossero cantate da lei.

Stasera ho aspettato curiosa di vedere il film: per molti aspetti, lontanissimo da quella mini-serie di tanti anni fa; un po’ più francese come ritmo, con una protagonista più simile al reale, con qualche scena d’Egitto in più, con sfumature diverse di certo date dalla partecipazione alla stesura della sceneggiatura del fratello di Dalida.

Mi chiedo se nelle pieghe dell’anima irrequieta di Dalida ci fosse, oltre ai ricordi dell’infanzia e della famiglia, un legame con l’Egitto, con i profumi e i colori di quel paese che inevitabilmente restano dentro. Forse sì. Chissà… Forse, per tornare dove tutto era cominciato, a più di cinquant’anni, in un momento in cui il suo equilibrio emotivo era sempre più precario nonostante il continuo successo, Dalida decise di tornare in Egitto a girare il film “Il sesto giorno” del regista Youssef Shahin.

La prima internazionale del film fu proiettata in un cinema di Shoubra, dove la cantante era nata. L’accoglienza degli egiziani fu molto calorosa, al passaggio della diva, che si concesse un bagno di folla e di ricordi, pochi mesi prima della sua uscita di scena finale dal palcoscenico della vita.

L’animo gentile e tormentato, i dolori delle ferite esistenziali, la depressione, l’amore perduto e tutte le altre infinite sfumature di Dalida vibrano ancora intense nelle sue canzoni per chi voglia ascoltarle e lasciarsi toccare orecchie e cuore.