Dalida

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Lo schermo diventa nero, subito dopo aver inquadrato le due righe di quel messaggio lasciato accanto al letto. Pochi secondi e torna il colore dell’ultimo fotogramma: una scala riempita di fumo bianco, che sa sia di effetto da palcoscenico sia un po’ di nuvole; la figura longilinea di donna che alza il dito verso la scritta luminosa con il suo nome: DALIDA.

Così sì è concluso poco fa, su RAI 1 in prima visione, il film della regista francese Liza Azuelos, che ha scritto la sceneggiatura in collaborazione con Orlando (nome d’arte di Bruno, fratello della cantante). Nella parte della protagonista c’era l’attrice italiana Sveva Alviti, affiancata tra gli altri attori da Riccardo Scamarcio, nel ruolo di Orlando.

Dalida viene trovata morta nella sua villa a Montmartre in una domenica di maggio del 1987, dopo anni di successi internazionali, intrecciati a mille complicazioni dell’anima e storie d’amore dai tragici epiloghi.

Milioni di dischi venduti, spettacoli in teatri importanti, canzoni in francese, inglese, italiano; collaborazioni con altri artisti, film, partecipazioni a show televisivi fanno di Dalida un’icona del suo tempo e senza dubbio la cantante che ha maggiormente contrassegnato la musica leggera transalpina del XX secolo, insieme a Edith Piaf.

Dalida nasce Iolanda Cristina Gigliotti nel 1933 a Il Cairo, nel quartiere di Shoubra, da genitori di origine calabrese. Il nonno era un sarto che aveva lasciato la patria in cerca di fortuna, insieme ai tanti compaesani che partirono per contribuire alla costruzione del canale di Suez. L’amore per la musica è trasmesso a Iolanda dal padre, maestro di violino.

Lo strabismo che la obbliga a indossare gli occhiali e a subire varie operazioni è spesso oggetto di scherno da parte delle sue coetanee, quand’è bambina. Odia portare gli occhiali e si sente brutta. A diciassette anni s’iscrive a un concorso di bellezza e lo vince, con suo stesso stupore. Poco dopo, vince il titolo di Miss Egitto, che le apre le porte del mondo del cinema.

Iolanda decide di lasciare l’Egitto e trasferirsi a Parigi per affermarsi nel mondo dello spettacolo nel 1954.

Il nome d’arte fu scelto nel 1956 ispirandosi al film Sansone e Dalila: inizialmente fu Dalila, cui fu poi cambiata una lettera, su consiglio di uno scrittore francese.

Confesso di aver scoperto per caso il legame di Dalida con l’Egitto. Per l’esattezza, l’ho scoperto in una sera di giugno poco dopo il mio arrivo a Hurghada, guardando una fiction a lei dedicata, interpretata da Sabrina Ferilli. Se non ricordo male, fu su consiglio dell’unica italiana che conoscevo al momento in città che guardai quella mini-serie, incuriosita dal fatto che lei aspettasse con ansia di vederla.

Sorvolando sulla qualità dell’interpretazione e del prodotto stesso, ricordo che rimasi colpita dall’anima tormentata di quell’artista di cui conoscevo ben poco, dai suoi successi, dal suo legame intrecciato tra Egitto, Francia e Italia. Mi colpì quella canzone con cui partecipò insieme a Luigi Tenco al Festival di Sanremo “Ciao amore, ciao”, che non fu il segno di un successo ma di una tragedia col suicidio di Tenco prima e il tentato suicidio di Dalida poi. Non so bene perché ma quella canzone continuava a tornarmi in testa; e ancora lo fa, a volte, se mi capita di sentirla per caso.

Dopo quella fiction, ho letto un po’ di notizie sulla cantante e ascoltato le sue canzoni. Ho scoperto anche conoscerne alcune, benché prima non sapessi o non ricordassi fossero cantate da lei.

Stasera ho aspettato curiosa di vedere il film: per molti aspetti, lontanissimo da quella mini-serie di tanti anni fa; un po’ più francese come ritmo, con una protagonista più simile al reale, con qualche scena d’Egitto in più, con sfumature diverse di certo date dalla partecipazione alla stesura della sceneggiatura del fratello di Dalida.

Mi chiedo se nelle pieghe dell’anima irrequieta di Dalida ci fosse, oltre ai ricordi dell’infanzia e della famiglia, un legame con l’Egitto, con i profumi e i colori di quel paese che inevitabilmente restano dentro. Forse sì. Chissà… Forse, per tornare dove tutto era cominciato, a più di cinquant’anni, in un momento in cui il suo equilibrio emotivo era sempre più precario nonostante il continuo successo, Dalida decise di tornare in Egitto a girare il film “Il sesto giorno” del regista Youssef Shahin.

La prima internazionale del film fu proiettata in un cinema di Shoubra, dove la cantante era nata. L’accoglienza degli egiziani fu molto calorosa, al passaggio della diva, che si concesse un bagno di folla e di ricordi, pochi mesi prima della sua uscita di scena finale dal palcoscenico della vita.

L’animo gentile e tormentato, i dolori delle ferite esistenziali, la depressione, l’amore perduto e tutte le altre infinite sfumature di Dalida vibrano ancora intense nelle sue canzoni per chi voglia ascoltarle e lasciarsi toccare orecchie e cuore.

La scelta

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Le feste sono passate da un po’. Ormai gennaio sta volgendo al termine. E io sono ancora qui, in Italia. Senza un biglietto di ritorno per la terra egittica. Per la prima volta, dopo tanto tempo. Inutile dire che la cosa mi pare strana, alquanto strana.

Ho fatto una scelta, ne sono consapevole. Avere la consapevolezza però della scelta fatta non è sufficiente per rimettere insieme i pezzi di un puzzle interiore ed esteriore.

Da qualche anno, ormai, lottavo con me stessa per capire se avrei dovuto insistere e restare là, tra deserto e mare, oppure darmi una chance di cambiare la mia vita, di cercare di realizzare alcuni miei sogni nel cassetto, di rischiare un po’.

La perdita del lavoro, di cui sono venuta a conoscenza a fine ottobre e che sarebbe stata effettiva da metà dicembre, ha giocato un ruolo importante in questa situazione.

La cosa più semplice sarebbe stato cercare un altro lavoro, là a Hurghada. E non è che non l’abbia fatto. In realtà, però, troppe cose sono cambiate nell’ultimo periodo. Troppe cose mi stavano strette e mi rendevano insoddisfatta.

Accettare un lavoro con uno stipendio inferiore a quello che prendevo mi avrebbe sì dato un lavoro, ma non quel minimo di tranquillità a cui da sempre anelo. Purtroppo, anche per vivere in Egitto, soprattutto oggi, ci vuole un’entrata minima garantita. Certo, si può vivere di foul e tameia con poche centinaia di pounds ma credo anche che ognuno debba avere il suo limite personale sotto al quale, se gli è possibile, non debba scendere.

Dopo qualche settimana di confusione e di tormento interiore, in un barlume di lucidità mi sono posta una domanda: Se avessi un altro lavoro qui, adesso, sarei felice? La risposta è stata no. Quindi, ho deciso di fare quel salto che da tanto tempo rimuginavo, rimandavo, temevo, volevo e, al tempo stesso, non sapevo se sarei stata in grado di fare.

Ho sempre detto che, il giorno che avrei deciso di andare via, l’avrei fatto il più velocemente possibile. Non sono brava a programmare. E in certi casi lo ritengo inutile nonché intollerabile.

Da qualche anno, ero abituata a passare le vacanze di Natale in Italia. E così mentre i giorni passavano, ho capito che dovevo decidere. Avevo solo due opzioni. Non tornare in Italia per Natale oppure tornare e rimanerci. Ho analizzato attentamente entrambe le possibilità e alla fine ho capito che la seconda opzione era quella da scegliere.

Qualcuno mi ha detto che una volta deciso che cosa fare tutto sarebbe stato più semplice e scorrevole. Non ci ho creduto molto e, anzi, tutto è stato molto più difficile di quanto mi aspettassi.

Quando ai primi di dicembre ho comprato il biglietto aereo per il 16 dello stesso mese, è cominciato un turbine di emozioni e di situazioni, che ancora oggi a un mese e mezzo di distanza mi pare una cosa surreale.

Avere un biglietto di sola andata in mano cominciava a dare concretezza alla mia scelta. I passi successivi sarebbero stati disdire l’affitto di casa, organizzare le mie cose da tenere, buttare o donare e ovviamente informare amici e conoscenti della mia imminente partenza.

Solitamente, faccio le valigie poco prima di partire, anche poche ore prima. Questa volta, mi sarebbe stato impossibile fare così. E’ vero che già da un po’ avevo cominciato a radunare cose che non usavo, dividendole tra quelle da donare e quelle da buttare.

Amiche che se ne erano andate in precedenza avevano organizzato una sorta di mercatino dell’usato o comunque di distribuzione di oggetti di vario genere. Io non l’ho fatto un po’ perché è una cosa che non è nelle mie corde e un po’ per il poco tempo a disposizione. Vendere le cose che ho usato per anni e che avevano un valore affettivo più che effettivo non mi andava. Solo il decoder con la scheda TVSAT è stato venduto perché era in ottimo stato e sarebbe servito a un’amica per avere tutti i canali televisivi italici.

Per il resto, certo, ho raccolto cose qua e là che ho preferito regalare a persone care piuttosto che dare in beneficienza o lasciarle in appartamento. Inoltre, se qualcuno mi chiedeva per esempio “hai per caso un frullatore?” o altre cose, davo le cose richieste, a patto che se le venisse a prendere.

Parecchie cose, comunque, sono rimaste a lasciare un segno del mio passaggio nel mio appartamento a disposizione di chi lo abiterà dopo di me: piatti, asciugamani, posate, bicchieri, tavolino, sedie, tende, etc. Una lunga lista di cose, alcune delle quali ogni tanto mi vengono in mente come se mi si accendesse una lampadina. Solo cose… che però sono state parte della mia quotidianità a lungo.

Ho dovuto poi organizzare tutto quello che avrei voluto tenere e portare con me. Non è facile infilare 10 anni di vita in qualche bagaglio!

Due valigioni da 32 kg non sarebbero bastati e così, grazie alla disponibilità degli amici, ho preparato borse e valigie da distribuire a destra e manca. In qualche modo, poi, recupererò quei pezzi di me lasciati là.

Se la parte pratico-organizzativa è stata difficile, quella emotiva mi ha richiesto un’energia sovraumana. Anche se l’aggettivo sembra esagerato, per me è stato così.

Prima di avere il biglietto in mano che segnava la decisione effettiva, amici e conoscenti non facevano altro che chiedermi “Cosa pensi di fare?”, “Che intenzioni hai?”, “Vai via o resti?”. Alcuni sapevano forse prima di me che avrei deciso di andare, altri pensavano che non sarei mai riuscita a fare il salto decisivo, altri ancora insistevano nel convincermi che dovevo restare e cercare un altro lavoro. Alcuni capivano la mia confusione e rispettavano il mio “silenzio stampa” sulla questione.

Nel momento in cui ho comunicato in modi e tempi diversi alle persone che avevo preso la decisione di andare, mi sono trovata a dover affrontare non solo la mia reazione e le mie emozioni al riguardo ma anche quelle di tutti coloro che mi stavano intorno e mi volevano bene, in un modo o nell’altro. Persino persone conosciute da poco tempo sembravano scioccate dalla notizia, come per esempio la mia vicina di casa, frequentata pochissimo.

Non so se lo shock altrui dipendesse dal fatto di perdere me con il mio modo di essere, di far sentire la mia presenza, di socializzare, di creare legami; oppure dal fatto che un’altra italiana tra i veterani hurghadesi fosse pronta ad andarsene. Probabilmente, un po’ tutte e due le ragioni.

Di sicuro, per gli amici più affezionati, prevaleva la prima motivazione. E me l’hanno fatto sentire con una forza che non dimenticherò mai.

Non è stato per niente semplice mantenere un equilibrio in quella manciata di giorni che hanno preceduto il giorno del volo: ufficio da chiudere, bagagli da preparare, persone da salutare, posti in cui andare, cose da fare. Il tutto cercando di vivere normalmente le giornate ma sapendo che si stava chiudendo un capitolo importante della mia vita.

Non sono riuscita a fare tutto e non sono riuscita a salutare tutti, ma l’ultima sera è arrivata comunque.

E dopo una pizza in un’atmosfera surreale con due amiche nel mio appartamento, le ultime cose da radunare, l’ultimo sguardo dal balcone al deserto e al mare, Scaletta che mi aspettava sullo zerbino e non voleva andarsene, ho chiuso per l’ultima volta la porta del mio appartamento numero 9.

L’ultima odissea

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Ormai sono passati più di dieci giorni e, tra una cosa e l’altra, non sono ancora riuscita a raccontare il mio ultimo viaggio. O meglio la mia ultima “odissea di volo” da Hurghada all’Italia.

Data di partenza dalla terra egittica, venerdì 16 dicembre.

Orario previsto di decollo da Hurghada 5.45 del mattino. Avevo chiamato un taxista di fiducia per farmi aiutare a portare giù dai miei tre piani di scale le due pesantissime valigie che avrebbero viaggiato con me. Cosa assai rara per gli standard egittici, il suddetto taxista è arrivato con ben un quarto d’ora di anticipo. Ha portato giù in un battibaleno i bagagli e mi ha lasciato qualche minuto per finire due cose e salutare Scaletta che era entrata in casa all’apertura della porta e non voleva andarsene più. Sono poi scesa e, nel freddo del mezzo della notte, in pochi minuti sono arrivata all’aeroporto.

Dopo un po’ di attesa, finalmente ci hanno lasciato passare al primo metal detector per avviarci al check in. Un gentile signore mi ha aiutato a mettere su i due valigioni e anche a tirarli giù. La valigia nuova, comprata pochi giorni prima, in un posto impensato dopo giri infiniti di macchina, ha perso subito uno dei due piedini che la tenevano in equilibrio, opposti alle due ruote (il secondo lo ha perso durante il trasporto aereo!).

Sono arrivata al banco e un sorridente impiegato Egyptair ha preso il mio biglietto e il passaporto per farmi il check in. Dopo pochi secondi, si è rivolto in arabo al suo vicino, ignaro del fatto che io potessi capirlo; e gli ha detto che c’era un problema nel sistema. Gli veniva indicato di farmi carta d’imbarco e adesivo per i bagagli solo fino al Cairo. Ho subito chiesto cosa stesse succedendo e l’impiegato mi ha risposto che il mio volo previsto alle 9.30 dal Cairo per Malpensa era stato cancellato e avrei dovuto prendere il volo successivo alle 12.45.

Ovvio, non ero per nulla contenta di avere davanti più di sei ore di attesa invece che le previste due e mezza. Il peggio, però, non me lo aveva ancora detto: per quel sopra citato “problema di sistema”, avrei dovuto ritirare i bagagli al Cairo e andare a rifare nuovamente il check in. Saputo questo, mi sono assai alterata. Anche perché, avevo comprato un biglietto di business class, le mie valige pesavano 32 kg ciascuna e l’ultima cosa che avrei voluto era doverle di nuovo tirare su e giù e portare in giro per fare un nuovo check in.

Mentre, discutevo con l’impiegato per capire come risolvere la situazione che a suo parere era irrisolvibile perché era colpa dell’ufficio al Cairo, al banco vicino è arrivata una coppia sulla settantina. La signora si è rivolta al referente Egyptair in un inglese semplice e con chiaro accento italiano. Lui le ha risposto in inglese egittico e lei non ha capito molto. Mi ci è voluto un attimo per capire che i due erano nella mia stessa situazione e, rivolgendomi con cortesia alla signora, le ho spiegato in italiano cosa stesse succedendo: volo cancellato, ore di attesa e impossibilità di avere sia la carta d’imbarco per il volo Cairo-Malpensa sia la final destination per i bagagli. La signora era più perplessa che arrabbiata, al contrario di me.

E’ iniziata l’attesa non tanto dell’imbarco ma quanto delle notizie su come avremmo dovuto procedere. Mi sono impuntata per avere per lo meno la certezza che i bagagli fossero spediti direttamente a Malpensa, senza doverli prendere al Cairo e rimbarcarli. Sulla cancellazione del volo e l’attesa di quello successivo, c’era ben poco da fare.

Una delle cose che mi ha innervosito di più in quell’attesa è stata che, controllando la App Egyptair, non avevo nessuna informazione della cancellazione del mio volo e, per di più, nessuno mi aveva informato telefonicamente o via mail della cosa.

Il tempo passava e non sembrava arrivare nessuna soluzione dal Cairo. Alla fine, quando ormai tutti i passeggeri erano passati al secondo metal detector, erano saliti sul bus e in gran parte anche sull’aereo, è arrivata questa autorizzazione manco fosse una dispensa papale per imbarcarci con la final destination per i bagagli ma senza carta d’imbarco per il volo successivo. Meglio che niente.

Nel frattempo, il volo Hurghada-Cairo aveva accumulato un po’ di ritardo, il che cambiava poco per me e i due signori, visto che ci attendevano ore in aeroporto.

Ci siamo imbarcati, ho dato appuntamento ai miei compagni di disavventura all’atterraggio e sono andata a sedermi nel mio sedile comodo della business. Un’esperienza nuova per me. Un piccolo trattamento in più che, un po’ mi meritavo, un po’ è stato scelto perché era la soluzione meno costosa per avere più kg di bagaglio (il prezzo di un bagaglio extra sarebbe stato il doppio di quello speso per l’upgrade di classe!). Dopo uno snack servito con servizio di ceramica e tanto di tovaglietta bianca, il tempo di godersi il cielo che s’illuminava di giorno, il mare e il deserto che si abbracciavano laggiù lontani ma ben visibili e siamo arrivati al Cairo.

Insieme ai due signori, ho camminato seguendo il flusso senza essere ben certa di dove avrei dovuto andare e cosa avrei dovuto fare. Al banco informazioni, nessuno eccetto che due computer accesi e un telefono muto.

Per fortuna, la signora ha individuato un ragazzo con cartellino Egyptair. Gli abbiamo spiegato la nostra situazione e lui molto cortesemente ci ha accompagnato a fare il check in, ha controllato che le nostre valigie fossero trasferite sul volo giusto e ci ha riportato al controllo passaporti dove avremmo dovuto passare per poi dirigerci (ore dopo!) al gate d’imbarco.

Passati nella zona dei voli internazionali, ho lasciato i miei compagni di viaggio e sono andata nel Lounge, il cui accesso era incluso nel mio biglietto. Speravo di riposarmi e mangiare qualcosa. Mi aspettavo qualcosa tipo il Lounge dell’aeroporto Sabiha Goekcen a Istanbul, ma ho trovato qualcosa di ben altro livello. Inferiore, purtroppo. E non di poco.

Era pienissimo, la pulizia era un optional, il cibo era scarso per quantità e pessimo per qualità, la macchinetta per le bevande calde terminava l’acqua ogni due per tre, le poltrone (nella zona in cui ho trovato posto) erano scomode! Unica consolazione la connessione internet che mi ha permesso di ingannare un po’ il tempo e comunicare con tutti un po’.

Essendo sveglia dalla mattina precedente, avendo un notevole carico di stress e di emozioni addosso, non vedevo l’ora di essere seduta sull’aereo e di rilassarmi un po’. E che bel relax su un Boeing 777 in business class. Quello del volo precedente era confortevole, ma questo era davvero spaziale! Il sedile era enorme e dotato di mille bottoni per alzare i piedi, cambiare inclinazione, scegliere musica, film o giochi, ecc. Lo spazio tra una fila e l’altra era enorme.

Copertina e cuscino erano già lì ad aspettarmi, il resto lo hanno portato le hostess un po’ alla volta: succo di frutta, salviettina tiepida, bottiglia di acqua, giornali (in inglese e arabo), una trousse da viaggio contenente un sacco di cose, tovaglietta bianca di stoffa per il tavolino, antipasto, pane da scegliere nel cestino, carrello con portata principale a scelta tra carne, pollo e gamberi, caffè e dolcetto; e verso fine volo, un sacchettino di anacardi e mandorle e un cioccolatino. Un sacco di cose, insomma.

Sono riuscita a dormire un po’, prima che l’aereo cominciasse a scendere attraverso le nubi grigie che facevano da cappello al nord italico.

Le valigie sono arrivate, fortunatamente: una sana e salva; l’altra sbilenca.

Il bagaglio emotivo che portavo con me è un’altra storia da raccontare. Prossimamente.

Cornacchie e pupazzi

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L’inverno egittico è indeciso. Qualche giorno fa, è stato freddo all’improvviso e il mattino seguente il sole si è alzato caldo come se fosse inizio estate.

Ieri, però, il cielo velato di nubi variegate, il sole che giocava a nascondino e il vento incerto hanno fatto sembrare la domenica la prima giornata invernale. Oggi, il cielo è di nuovo sgombro e azzurro, il sole splende ma l’aria è frizzante.

Domenica è il mio giorno libero. Così, dopo aver pulito casa ed essermi mangiata un piatto di pasta con pesto italico, sono andata verso Dahar per incontrare un’amica egiziana che non vedevo da un po’ di tempo.

Ci siamo sedute sulla terrazza di un bar che si affacciava su una baia piena di piccole barche di pescatori: alcune ormeggiate in mare, alcune a riposo sulla riva, altre in disuso e in pessime condizioni.

Le nuvole disegnavano figure bianche e grigie davanti a noi, che cambiavano mosse da vento.

Dopo le prime chiacchiere, guardandomi in giro, mi sono accorta che nella baia, sulle barche e sopra le nostre teste volavano tanti uccelli scuri.

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In arabo si chiamano ghorab. Sono nere ma col collo grigio. E gracchiano.

In italiano, non ho mai capito bene se siano corvi o cornacchie. Che poi poco importa perché entrambi appartengono alla stessa specie.

Erano davvero tanti, andavano a posarsi sulle palme, scendevano su molo poco distante, riprendevano il volo in piccoli gruppi, poi tornavano sulle barche in una danza che catturava la mia attenzione e curiosità.

Scherzando, ho detto alla mia amica “Questa è la ghorab bay!”. Lei ha riso e poi ha aggiunto: “Peccato che gli egiziani non amino questi uccelli”. Io ho risposto che per quanto ne so, anche altrove, non sono ben visti e vengono associati alla morte.

Mi ha raccontato che il motivo per cui qui i ghorab non piacciono è perché nel Corano è scritto che fu un esemplare di questo volatile a insegnare a Caino come seppellire il fratello ucciso. Fu scelto da Allah come “messaggero” per mostrare come eseguire la sepoltura. Quindi, in fondo, era solo un “ambasciatore” divino… non era connesso alla morte o colpevole di chissà cosa.

Purtroppo, però, il suo destino è stato quello di essere malvisto e di essere accusato di annunciare disgrazie. Povero ghorab, che colpa ne ha?

Mi ha un po’ stupito il fatto che in culture diverse questo animale sia comunque associato a qualcosa di negativo. Anche per gli antichi romani il verso del corvo era considerato portatore di disgrazie.

E lo stesso vale per il gufo, che la mia amica ha citato come altro “uccello del malaugurio” anche nella tradizione araba. Curiose queste coincidenze. Mi son chiesta da dove venissero e come mai fossero simili in tradizioni e culture diverse.

A me i ghorab sono simpatici. E ho ricordato quando sulla nave, ferma alla chiusa di Esna, uno di loro veniva assiduamente a trovarmi.

Il vento si è fatto più forte e freddo e abbiamo deciso di lasciare l’esterno e sederci al riparo. Tra una chiacchiera e l’altra, si è avvicinata l’ora del tramonto. Prima che il rosa colorasse le nubi, il sole ha allungato i suoi raggi per pochi istanti, rendendo ogni cosa quasi dorata. Poi è corso a riposarsi dietro le montagne e ha lasciato solo qualche riflesso a tingere il cielo e le nuvole.

A un tratto, sono rimasti solo pochi ghorab in volo. Tutti gli altri sono andati via, forse sui tetti o dove hanno i nidi. E’ stato strano vederli sparire in pochi minuti.

La mia amica è rimasta senza lavoro da qualche mese e si barcamena dando qualche lezione di arabo o di inglese. Mi ha detto che prima non aveva mai avuto così tanto tempo libero e che spesso si trova a guardare la TV per ore.

Mi ha parlato di un programma dedicato alle donne su un canale egiziano, in cui la conduttrice e uno psicologo rispondono alle domande delle telespettatrici e cercano di proporre soluzioni su temi quali amore, relazioni, famiglia, ecc.

Ho riso quando mi ha raccontato che in una delle puntate erano stati creati due team di quattro donne ciascuno: il primo formato da donne che si fidavano ciecamente dei mariti ma che alla fine erano state tradite; il secondo di donne che non si fidavano dei consorti e li controllavano costantemente. Al di là di scambi di opinioni, esempi e consigli, alla fine è saltato fuori che tutte e otto le donne avevano divorziato. Come non ridere?

Un’altra scoperta che ho fatto grazie alla mia amica è Abla Fahita. Un pupazzo che riscuote molto successo in Egitto e che è stato anche oggetto di critiche e indagini. Una sorta di Muppet egitticamente modificato.

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La sua colpa è di essere un personaggio satirico senza peli sulla lingua e di affrontare in modo ironico anche i temi più scottanti e scomodi.

Abla Fahita è una vedova pettegola con i bigodini in testa, ha due figli, un gatto e un pappagallo; vive in un duplex e per questo il suo show si chiama “Abla Fahita: Live from the Duplex”. E’ nata come personaggio online nel 2010 e ha avuto un rapidissimo successo. E’ considerata una delle femministe più schiette e ha moltissimi fan anche sui social network.

E’ apparsa anche nel programma satirico presentato da Bassem Youssef nel 2013 ed è poi diventata la protagonista di uno spot Vodafone. A seguito di questo, però, è stata accusata di essere una spia e di aver nascosto messaggi in codice in ciò che diceva nella pubblicità.

I suoi commenti a volte sono considerati oltraggiosi. Il fatto che però vengano detti da un pupazzo li attenua un po’. Se fosse una donna in carne e ossa, probabilmente, Abla Fahita avrebbe avuto vita e successo ben più brevi.

Che simpatica scoperta questo pupazzo irriverente!

Dopo un tea verde e altre chiacchiere, io e la mia amica abbiamo camminato verso casa sua in una Dahar quasi deserta. Il cielo era ormai scuro, anche se erano poco più che le cinque.

Contenta del mio pomeriggio, delle chiacchiere e delle cose nuove imparate, sono tornata verso casa. E ho anche avuto la fortuna di incontrare un’altra amica che mi ha dato un passaggio fino a casa, senza dover così prendere il taxi.

Il meglio di Abla Fahita: https://www.youtube.com/watch?v=ITnkFnOlOBc

19 novembre

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Capita che un odore o un sapore aprano la porta a ricordi lontani, che stavano nascosti chissà dove. Ieri, morsicando un Molto (famoso croissant confezionato egittico con crema alla nocciola), mi sono ritrovata all’improvviso indietro nel tempo, a Luxor, a un periodo in cui la versione mini di questo snack in sacchetto da cinque pezzi era un amico fidato nelle tante notti insonni piene di pensieri e dubbi.

Da quel primo ricordo, mi è tornato alla mente che fu proprio in novembre che arrivai in Egitto per la mia prima stagione come animatrice. E per l’esattezza il 19 novembre: il visto sul mio vecchio passaporto è la prova che la mia memoria non m’inganna.

19 novembre 2001. Chi mai avrebbe pensato che ben 15 anni dopo, il 19 novembre 2016, io sarei stata ancora qui? Non più a Luxor, ma sempre in terra egittica.

E quanti eventi da quel giorno… Non solo il tempo, ma i cambiamenti, le sofferenze, le gioie, i momenti belli, gli incontri… e tutto quello che può stare in ben 15 anni di vita.

Incredibile.

Non ricordo nei dettagli il giorno dell’arrivo a Luxor. Ricordo bene, però, la nave su cui arrivai: la Sherry Boat, con l’esterno colorato di bianco, azzurro e rosso; il bordeaux della reception mescolato al legno; la maschera di Tutankhamon al centro; le nostre cabine a livello acqua, il ristorante con il servizio al tavolo per la cena.

C’erano pochissimi ospiti a bordo, perché i terribili fatti del non lontano 11 settembre avevano ridotto notevolmente l’affluenza turistica. In realtà, io e i miei altri due colleghi non potevamo lavorare su quella nave, perché avremmo dovuto essere su un’altra che era invece ferma per assenza di turisti. Insieme a noi, il team di animazione uscente, che entro una settimana sarebbe tornato in Italia.

Una settimana di navigazione tra Luxor e Aswan, in una sorta di limbo tra il lavoro e la vacanza, che non scorderò mai. Lo scivolare lento e cadenzato della nave, il passaggio alla chiusa di Esna, i colori e i profumi lungo il fiume, gli incroci con le altre imbarcazioni furono una grande emozione la prima volta e non divennero mai abitudine negli anni successivi.

Ricordo la prima passeggiata ad Aswan sul lungo Nilo e al mercato, nella parte meno turistica, dove per pochissimi pounds scoprii la bontà di zalabya (piccole frittelle coperte di miele), servitemi ancora calde in un cono di carta di giornale.

E in una stradina un po’ nascosta, il negozietto che vendeva i panini con tameia (polpetta di fave) più buoni che abbia mai trovato.

Quante camminate ho fatto in quella zona così locale del mercato, nelle ore libere o mentre gli ospiti erano a caccia di souvenir di vario genere. Ho sempre amato girovagare per le strade delle città, per scoprirle e farle diventare parte di me.

Dal cilindro della memoria, uno dopo l’altro, saltano magicamente fuori episodi, volti, momenti, luoghi come tanti piccoli pezzi di un puzzle che si ricompone da solo nella sua interezza. Come fossero ciliegie, un ricordo tira l’altro. E un filo rosso li cuce insieme, nonostante la diversità di ciascuno… Quel filo rosso sono io, che tesse le trame di quella che è stata la mia vita in tutti questi anni.

Probabilmente, anche ora quel filo conduttore c’è e sa dove andare e come procedere, anche se a me sembra mancare la consapevolezza del percorso da seguire.

Certo, è più facile vedere un puzzle intero guardandosi indietro… E’ naturale che a posteriori tutto abbia quel senso e quella logica che nel presente delle situazioni spesso manca.

Quindi un giorno, prima o poi, mi guarderò indietro e vedrò anche il momento odierno, colmo di incertezze, paure e dubbi, come un tassello che ha il suo posto preciso in un disegno più grande.

Potrei scrivere pagine e pagine se lasciassi libera la mia mente di vagare tra le pieghe cucite degli anni, anche in ordine sparso.

Gli stagioni sulle navi e l’animazione, le guide, gli ospiti, il cambio dall’animazione all’assistenza, il Cairo, il ritorno all’animazione, le tante navi su cui ho lavorato, le case affittate a Luxor, gli amori, le delusioni, le scelte, le speranze vanificate… Un bagaglio immenso, che porto tutto nel cuore e nella testa e che resterà sempre parte di me.

Pensandoci, mi sembra che in tutti questi anni, io abbia vissuto due capitoli diversi in terra egittica. La vita a Luxor, la scoperta del paese, il lavoro nel turismo e tutto quello che a ciò era connesso è stata la prima parte, conclusasi una mattina di maggio, in cui sono salita sul bussino bianco con tutti i miei bagagli e mi sono trasferita a Hurghada.

La città tra il deserto e il mare è diventata il palcoscenico della seconda parte di questo viaggio vitale. Anche qui quante cose sono successe, quante ne sono cambiate, quante persone hanno incrociato, per poco o molto che fosse, il mio percorso.

Un anniversario importante… Un momento per ricordare, ma anche per fare bilanci e scegliere la rotta futura da seguire, per quanto difficile possa essere.

Allora, prima di tutto mi auguro buon anniversario. E poi auguro a me che quel filo rosso che sono stata finora, nonostante tutti gli ostacoli, possa continuare a cucire scampoli di vita e a seguire la giusta via per trasformare nuovi sogni in nuove realtà.

 

Semplice è bello

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Mi piacciono quelle giornate che, cominciate male, regalano poi qualcosa d’inaspettato, semplice e pertanto bello. Oggi è stata una di quelle.

I mille pensieri e incertezze in testa, gli interrogativi sul futuro, piccoli imprevisti da gestire, eventi mondiali inattesi sono stati il “buongiorno” di questa mattina.

A seguire cose noiose da sbrigare in ufficio, un caldo strano per essere novembre, la camminata fino alla Metro di Sheraton, lo sportello bancomat fuori servizio, il supermercato che più che farmi venire idee su cosa comprare me le ha fatte passare.

Poi un incontro che mi ha rallegrato: lì nel banco verdura il vivo arancione della zucca a sorridermi. Oggi, avrei potuto associare il colore della suddetta zucca, al neoeletto presidente d’oltreoceano (qualcuno dice che “Orange is the new black!). Ho preferito invece pensare che me la sarei fatta al forno una di queste sere.

La mia idea era di passare il resto del pomeriggio in casa e magari poi andare a cena con due amiche. Il caldo e la voglia di risparmiare mi hanno fatto dare forfait per l’uscita.

Arrivata al mio edificio, dopo due rampe di scale, ho pensato di bussare alla mia vicina di casa per farle un saluto.

E’ stata molto carina perché, non vedendomi per giorni il mese in cui ero via, mi ha scritto in Viber per avere mie notizie e mi ha anche chiamato al mio rientro per sapere se tutto fosse ok.

Ci siamo dette molte volte che ci saremmo viste per un caffè ma poi per un motivo o per l’altro la cosa non è mai avvenuta. Fino a oggi.

Ho bussato alla porta e lei mi ha aperto sorridente, invitandomi a entrare. Erano circa le quattro e mezza, quindi per le abitudini egittiche più o meno ora di pranzo.

Wafaa, la mia vicina, mi ha chiesto di restare con lei e il figlio Mina (tipico nome maschile egiziano usato dai cristiani) a mangiare qualcosa. Ho provato a rifiutare sia per cortesia sia perché volevo salire a casa e darmi al relax.

La sua gentile insistenza mi ha fatto alla fine accettare a tornare giù dopo essere andata a posare la spesa ed essermi cambiata.

Mentre lei finiva di cucinare, scusandosi di non avere nulla di speciale, io chiacchieravo un po’ con Mina, ragazzo di 15 anni tornato da poco da scuola, desideroso più di giocare un po’ col suo tablet che di studiare o di mangiare con me e sua madre.

Il padre ha lasciato Hurghada dopo aver perso il lavoro qui e in seguito quello a Marsa Alam; grazie all’aiuto della famiglia, ha aperto una piccola palestra al Cairo, dove, però, ha solo una sistemazione di appoggio e non può quindi portare con sé la famiglia.

Così mi ha raccontato Wafaa mentre metteva in tavola quel che aveva preparato. Mi ha spiegato che oggi, essendo mercoledì, loro non mangiano né carne né pollo. E si è scusata di non potermene offrire.

Io ho sorriso e risposto che non importava, aggiungendo che avrei mangiato volentieri la verdura e mi sarei accontentata di quel che c’era.

In realtà, poi il tavolo era pieno di piattini in stile egittico, con cose per me molto buone: melanzane fritte, moussaka (versione rivisitata del piatto greco con melanzane e pomodori), insalata mista con cetrioli, pomodori e peperoni; mashi kromb (involtini fatti con foglie di cavolo ripiene di riso), cetrioli affettati, limoni sottaceto, cipollotti freschi, pane egiziano scaldato rigorosamente appoggiato sul gas. Tutte cose semplici, tipiche e buone.

Mi piace sempre questa voglia di condividere quel che si ha, anche se appare poco e non speciale. Per me, invece, è più speciale che se fosse un pranzo di nozze in stile Boss delle Cerimonie.

Wafaa è riuscita a convincere il figlio a mangiare un po’ d’insalata e due panini imbottiti di melanzane, mentre era impegnato a guardare Konfu Panda in TV.

E intanto, tra il loro pranzo che è diventata per me una cena anticipata e una tazza di cappuccino solubile, abbiamo parlato di tante cose.

Del passato, del futuro, dei dubbi e delle incertezze che dominano la mente di tutti un po’ in questo periodo.

Wafaa mi ha raccontato dei suoi tre anni a New York col marito, prima che nascesse il figlio. Della zona in cui abitava, da cui vedeva la baia e le Torri Gemelle; della sua amica siciliana Maria, che gestiva una bakery con la famiglia; di sua sorella che ancora vive là e del suo desiderio di poterci tornare.

Pensa a tornare negli States o andare in qualche altro paese come l’Olanda o la Francia. Quella voglia di andare via da una realtà che sta stretta, che tutti ben conosciamo e che, secondo me, diventa anche in qualche modo rassegnazione per l’impossibilità di cambiare le cose. Sì, perché tante volte quando sento che persone educate e che hanno avuto varie esperienze di vita vedono come unica soluzione la fuga dal paese mi spiace un po’; mi dico che se tutti quelli così se ne vanno, davvero ci sono poche speranze di andare oltre.

D’altro canto, capisco benissimo la voglia di trovare un futuro migliore soprattutto per il figlio che sta crescendo come nel caso di Wafaa.

Le ho raccontato un po’ le mie passate esperienze lavorative, ho scoperto che abbiamo vissuto a Luxor entrambe nello stesso periodo e anche nella stessa zona.

Abbiamo parlato dei tanti stranieri che se ne sono andati o che pensano di farlo, vista la situazione complicata e confusa.

Wafaa mi ha chiesto del mio recente viaggio. Oltre a raccontarglielo, le ho mostrato le fotografie della mia settimana in Tunisia e della mia famiglia.

E anche la foto che ho fatto un paio di giorni fa su un taxi a un piccolo busto della Madonna in ceramica bianca, che mi aveva colpito. Mi è venuta in mente perché in giro per casa c’erano molte immaginette sacre e una piccola natività sul bancone della cucina.

Abbiamo ricordato la famigliola del bawab che, fortunatamente, se n’è andata, perché la curiosità e la voglia d’impicciarsi della moglie non piacevano neanche a lei.

“Troppo bla bla bla” mi ha detto. E parlando di bla bla bla come non citare l’infinito gioco della creazione di gossip e realtà alterate tipiche della comunità italiana qui?

Wafaa si è divertita ascoltando i miei aneddoti tipo quello che, secondo le voci travisate di chissà chi, avrei raccolto un uomo senza tetto e l’avrei ospitato a casa mia, quando poi in verità era una signora inglese. Giusto per citarne uno.

Mina, dopo un po’ di studio in camera sua, si è unito a noi e ci siamo messi a parlare di calcio (ehm, lui ne parlava, io più che altro annuivo), di telefoni e di app per poi concludere con discorsi sulle lingue straniere e l’importanza di studiarle.

Il tempo è passato veloce e piacevole. Il buio aveva colorato il cielo già da un paio d’ore.

Wafaa mi ha ringraziato per la visita, io ho ringraziato lei per il pasto offertomi.

E’ stato un bel pomeriggio, nella sua semplicità. Scambio d’idee, momenti di vita vissuta, speranze e paure, dialogo tra culture: discorsi a mente e cuore aperto, che non capita poi così spesso di fare qui, tra deserto e mare, dove tante volte ci si perde in chiacchiere da paese, inutili invidie e sciocche ripicche.

Pensieri post ritorno

incertezza

Per la prima volta, dopo tanti anni, sono stata lontana dalla terra egittica per quasi un mese.

Anche se il tempo è volato così veloce da farmi pensare che forse i giorni siano stati meno.

Una pausa che mi ci voleva proprio. E ritornare questa volta è stato più difficile.

Avevo lasciato il paese nell’incertezza, sia dal punto di vista personale che in generale, ma allo stesso tempo speranzoso di una ripresa almeno del turismo.

La promessa della riapertura dei voli da varie destinazioni europee e forse anche dalla Russia facevano intravedere uno spiraglio di luce alla fine di quel lungo tunnel iniziato ormai anni fa.

Ottobre pare essere stato un mese un pochino migliore, come ho visto anche dal lavoro che ho continuato a fare online. Eppure la fine del tunnel sembra ancora molto lontana.

E nuovi punti di domanda prendono forma nella mente di egiziani e stranieri residenti.

Poco prima di fine mese, un’intensa pioggia ha sorpreso il paese, che, ancora una volta, nonostante i vari episodi temporaleschi degli ultimi anni, si è lasciato cogliere impreparato e ha subito vari danni.

Una volta, si diceva “In Egitto, non piove mai!”. Eh sì, una volta… ma oggi anche quello è cambiato. Insieme a tutto il resto.

Impensabile che qualcuno abbia avuto l’idea degli scarichi per l’acqua nelle strade. Nonostante, con i mille lavori siano stati fatti negli ultimi mesi, forse non sarebbe stato così difficile trovare una soluzione anche per l’acqua piovana. Almeno sarebbe stato facile fare piccoli scarichi sui roof delle case, che essendo piatti (o spesso pendenti verso il centro) divengono facilmente bacini di raccolta per l’acqua, che poi magari s’infiltra e danneggia gli ultimi piani degli edifici. A qualcuno questa idea è venuta, ma a molti no. E così ci sono stati danni random.

Mi sono persa la pioggia per poco più di un giorno, ma ho subito le conseguenze della sua caduta. Partendo dall’Italia il venerdì successivo, ho avuto un notevole ritardo poiché l’aereo Egyptair non arrivava dal Cairo. L’aeroporto vecchio di Hurghada era stato chiuso a causa dei danni della pioggia. E probabilmente anche al Cairo ci sono stati problemi.

E così, le 7 ore che avrei dovuto impiegare per arrivare da Malpensa a Hurghada sono diventate quasi 12. Egyptair si è prodigata per offrirci una camera di appoggio in un hotel appena fuori dall’aeroporto. In realtà è stato più il tempo servito per andare dall’aeroporto all’hotel, per fare il check in e per poi tornare in aeroporto per il volo successivo che quello realmente passato in hotel, ma ho apprezzato il fatto che la compagnia aerea abbia tentato di ricompensarci dei disagi subiti. Se avessi saputo prima di andare in hotel, che avremmo potuto impuntarci e ottenere un rimborso in denaro per il ritardo, forse, sarei rimasta là in aeroporto. Aver avuto a disposizione, anche se solo per un paio d’ore, un’executive room è stato comunque piacevole.

Atterrata a Hurghada, il sole era già splendente e si è impegnato ad asciugare le pozzanghere di acqua che ancora erano rimaste in giro.

L’atmosfera della città, però, mi è sembrata ancora più incerta di quando l’avevo lasciata. Nuovi negozi e locali chiusi, pochissima gente in giro…

I lampioni di alcune strade completamente spenti, nonostante siano quelli nuovi messi solo poco tempo fa. Martedì, camminando per le vie del Kawser, ho avuto davvero una strana sensazione di desolazione con tutti i lampioni spenti in vie abbastanza trafficate e centrali.

Ho fatto un salto veloce all’Abu Ashra, anche se avevo poca voglia di entrare in un supermercato egittico. Ho trovato un cartello che diceva che ogni persona poteva comprare un solo kg di zucchero per volta. Avevo sentito parlare della “crisi dello zucchero”, mentre ero in Italia, ma non pensavo che si fosse arrivati a imporre un limite di acquisto su di esso.

Non credo sia facile per gli egittici abituati a mettere 4 o 5 cucchiaini di zucchero in un bicchiere di tea. A me non tocca molto questa cosa, mettendo solo un cucchiaino di zucchero nel caffè, ma non usandolo per latte, tea e tisane un kg mi dura parecchi mesi.

Mi rendo conto, però, che l’aumento del prezzo dello zucchero e la sua scarsità sono un problema locale non da poco.

I prezzi di anche altri beni di consumo primari sono già aumentati negli ultimi mesi.

E verso il finire della settimana ecco arrivare la liberalizzazione della fluttuazione del dollaro: nelle banche, il tasso di cambio del dollaro e dell’euro sì è notevolmente alzato, arrivando più vicino a quello che già si trovava al mercato nero. Sì, il mercato nero… Già a settembre, c’era stato uno stretto controllo sugli uffici di cambio che avevano un tasso di cambio molto elevato rispetto a quello delle banche. Molti uffici sono stati chiusi o sono stati obbligati a cambiare valuta allo stesso tasso delle banche. Nonostante le misure restrittive e il controllo, il mercato nero ha continuato a essere presente e anzi a cambiare con tasso sempre più alto.

Ora, questa mossa della fluttuazione della valuta straniera, sembra essere stata fatta per arginare la crisi economica. E io resto perplessa, ma non ho la pretesa di capire l’economia egittica. Certo è che la confusione è notevole. C’è chi dice che così i prezzi aumenteranno ulteriormente, c’è chi dice che così si limiterà il cambio al mercato nero, c’è chi dice che così la gente sarà ancora più arrabbiata… Insomma, niente di buono, nell’immediato.

Il mio amico egiziano che lavora in banca mi ha spiegato che questa manovra è stata necessaria per ottenere un prestito di 12 bilioni di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. Che vantaggi possa portate questo prestito alla povera gente, però, non si sa.

Aleggia nell’aria da qualche tempo la minaccia di una manifestazione anti governativa prevista per venerdì 11 novembre. E questo crea di nuovo quell’attesa carica di tensione e incertezza che si è già vissuta tante volte in passato.

Intanto il prezzo della benzina è già aumentato del 30% circa. E come conseguenza immediata gli autisti dei minibus hanno deciso che i prezzi per tratta devono raddoppiare. Anche i taxisti si sono subito affrettati, con il solito loro fare poco educato, a chiedere più soldi di prima.

In che direzione stiamo andando? Non lo so davvero… Quel che è certo è che il briciolo di luce che s’intravedeva alla fine del tunnel è tornato scuro.

Pessimismo? No, realismo…

E ci resta solo nuova incertezza.