Un pomeriggio così

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L’idea che avevo per il mio pomeriggio di ieri era di andare a casa a recuperare un po’ di sonno, dopo aver sbrigato qualche commissione per un’amica che sarebbe arrivata in tarda serata.

Invece, appena concluso il da farsi nell’appartamento che le avevo prenotato, ho cominciato a camminare, dalla collina del Calypso giù verso Sheraton.

E come spesso mi accade quando comincio a camminare, sono andata avanti senza fermarmi fino a che non sono arrivata alla fine della Marina. Non avevo una meta precisa, ma camminavo. Andavo, comunque.

Una passeggiata tranquilla, in solitudine, guardandomi attorno e cercando di catturare qualche elemento nuovo o degno di nota: ne avevo bisogno.

Dal Calypso, la mia vista era concentrata sul mare in lontananza, che si faceva sempre meno visibile mentre più scendevo. Il suo colore era azzurro intenso e un velo chiaro calava dal cielo lasciando trasparire all’orizzonte i contorni dell’isola di Giftun.

Appena arrivata all’inizio di Sheraton, ho subito notato la minore presenza di egiziani in vacanza, che avevano affollato la città settimana scorsa in occasione del Grande Eid, la Festa del sacrificio. La calda ora pomeridiana non era certo la migliore per passeggiare per i turisti che generalmente preferiscono le ore più fresche d’inizio sera o il dopo cena. Mi ha comunque impressionato vedere i tanti caffè vuoti e gli infiniti negozi chiusi lungo la via.

Anche al Costa Caffè, dove solitamente trovi gente a tutte le ore c’erano, solo quattro gatti umani, oltre al solito gatto felino che ormai sosta sempre lì.

Ho proseguito la mia camminata. Ho scoperto qualche negozio che ancora non sapevo avesse chiuso. Vetrine coperte da giornali a nascondere interni vuoti o con qualche residuo di merce lasciata dentro; oppure porte con inferiate messe a protezione di esercizi ancora tutti pieni di quello che avevano da vendere e ancora qualche negozio senza né porta né alcun oggetto all’interno.

Mi sembrava tutto così surreale.

Qualche commerciante ancora in attività lungo la strada sorrideva e invitava i pochi passanti a guardare quello che aveva da offrire. I camerieri dei bar chiedevano di sedersi a bere qualcosa. Come sempre, come quando le strade erano piene di stranieri, ma forse in modo più pacato e rispettoso, quasi a non voler spaventare e allontanare i pochi potenziali clienti.

Tra un ufficio di cambio ormai chiuso e quello che fu un negozio di abbigliamento, ho notato la vetrina di una gioielleria non tanto per i suoi dorati e scintillanti oggetti, quanto per un gatto che dormiva acciambellato a terra, sotto l’esposizione di ori e argenti. Muoveva solo un po’ le zampe per reggersi meglio la testa. Ho spostato lo sguardo dall’altro lato e ho scoperto un secondo gatto pure tigrato e bianco, in posizione più allungata del suo vicino di vetrina.

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Sono arrivata quasi al faro finto, dove da un lato la Sheraton diventa a senso unico e dall’altro si dirama nella strada che è parallela a quella della Marina. Là dove ora c’è il faro, una volta c’era una statua di una sirenetta. Era simpatica e non ho mai capito perché l’abbiano eliminata.

Nella strada che porta verso la nuova moschea, prima dei tanti negozi di stoffe, falegnami e tappezzieri, c’è un piccolo angolo di mondo antico. Non antico egittico ma antico europeo.

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Un negozio di antiquariato che cattura sempre la mia attenzione, per l’infinità di oggetti che raccoglie lungo il marciapiede all’esterno e nelle polverose stanze interne. Radio, telefoni, specchi, porte, cartoline, vinili, bigiotteria, vasi e chissà quante altre cose si possono trovare lì dentro. Fino a qualche mese fa, seduto alla porta del negozio oppure su una poltrona appena dentro, c’era un simpatico signore con i baffi che parlava anche italiano. Amava chiacchierare e raccontare da dove aveva recuperato i vari oggetti. Gentilmente t’invitava a entrare e ti lasciava tutto il tempo che volevi per assaporare la storia di ogni cosa attraesse il tuo sguardo. Non ti obbligava mai a comprare né ci rimaneva male se non lo facevi.

Ti offriva un tea o una bibita ed era contento se restavi a fargli un po’ compagnia. Mi è capitato anche di comprare qualcosa: un vinile, una moneta antica, un ciondolo e poco altro. Mi è sempre piaciuto però respirare un po’ l’aria di quel posto e ascoltare le silenti voci degli oggetti che mi circondavano.

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Ieri, ho scoperto che sfortunatamente quel simpatico Mohamed non gestisce più il negozio. A dirmelo è stato lo scorbutico proprietario che non ha gradito poi molto la mia visita e che mi ha liquidato velocemente, con la sua voce flebile e lo sguardo perso nel vuoto. Dopo poche parole, è tornato a sedersi dall’altro lato della strada col suo fez rosso in testa, a guardare le macchine passare e forse a ricordare tempi migliori.

Ho svoltato a destra e mi sono diretta alla Marina, passando là dove un tempo c’erano le originali casupole dei pescatori, quando la città era ancora poco più che un villaggio. Oggi ne sono rimaste ben poche e alcune sono anche disabitate.

La Marina era abbastanza vuota e ha cominciato a popolarsi solo quando ero sulla via del ritorno. Sono arrivata fino alla fine della promenade.

Ho fatto una sosta dall’ottico, che avevo rimandato da tempo. Mi son persa nella scelta di una montatura e nelle chiacchiere col simpatico ottico.

Nel negozio a fianco di quello degli occhiali, tra un manichino seduto e altri in piedi, ho visto altri due gatti che si scambiavano tenere effusioni incuranti del mondo fuori.

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Tornando indietro, ho deciso di sedermi a bere un caffè alla gelateria Polo Nord, con i suoi tavolini bianchi e quelli a forma di gelato. Una tazzina azzurra con l’omino Bialetti mi ha regalato un sorriso spontaneo, oltre che il buon sapore del caffè.

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Il sole stava correndo veloce a nascondersi dietro le montagne al bordo del deserto. Ho ripreso i miei passi, mentre il giorno lasciava spazio al buio. Sono arrivata di nuovo in Sheraton, mentre il muezzin chiamava alla preghiera.

A quel punto, ho pensato di avere camminato abbastanza. Felice di un pomeriggio così per caso, ho preso un taxi e sono tornata a casa.

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